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Rossi: migliorare la cultura del dato, per fare scelte più puntuali

Comunicato 2187 del 17/10/2016

Oggi il convegno a Fbk

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Migliorare la cultura del dato, come strumento di analisi e premessa delle scelte politiche: l’auspicio, che era anche un invito alla classe politica, è giunto questa mattina da parte del governatore Ugo Rossi, che ha aperto i lavori del convegno nazionale sull’integrazione tra archivi amministrativi e indagini campionarie, organizzato da FBK-IRVAPP e in corso di svolgimento presso la sede di via Santa Croce a Trento. “Dobbiamo essere grati – ha aggiunto il presidente Rossi – del lavoro svolto dall’Istituto per la Ricerca Valutativa sulle Politiche Pubbliche, diretto dal professor Antonio Schizzerotto, perché offre un contributo molto importante al processo decisionale pubblico”. Siamo troppo abituati, ha spiegato Rossi, a decisioni dal forte impatto nella vita di tutti che maturano sulla base di impressioni, dati empirici, innamoramenti ideologici. Va invece recuperata e diffusa la prassi di basare analisi e scelte su dati oggettivi. “L’esperienza – ha detto il governatore Rossi – ci ricorda che spesso sono state fatte leggi che non hanno prodotto gli effetti attesi e che quindi hanno avuto bisogno di correzioni. La materia previdenziale ne è un esempio”. In una fase in cui la finanza pubblica è in contrazione, ha spiegato Rossi, non ci sono però molte possibilità di correggere il tiro e quindi non possiamo più permetterci di legiferare demandando ad una fase successiva la valutazione sugli effetti delle scelte fatte. “Oggi ci sono gli strumenti – ha concluso Rossi – per un’analisi puntuale degli effetti attesi e quindi anche la classe politica o chiunque sia incaricato di prendere decisioni di rilevanza pubblica, deve essere disponibile ad utilizzare maggiormente i dati che vengono raccolti e ad analizzare in profondità le materie su cui è chiamato a decidere”. Il convegno impegnerà studiosi ed esperti per tutta la giornata.

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Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: Lectio degasperiana 2016

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La nostra Repubblica ha settant’anni. Le sue origini sono basilari per l’identità dell’Italia: nella sua nascita si sono condensati elementi decisivi. La Repubblica è sorta ricomponendo l’unità del Paese e, anche per questo, ha contribuito a ridefinire l’identità nazionale. Dopo il duro ventennio fascista e la sciagura della guerra, un’Italia sconfitta riusciva ad entrare a far parte delle nazioni libere e democratiche. Ritrovata la libertà, con la partecipazione al voto di tutti, donne e uomini del nostro Paese, si realizzava una piena democrazia, imperniata sul Parlamento. L’introduzione dell’autentico suffragio universale fece compiere all’Italia il vero salto di qualità, trasformandola in una nazione in cui tutti concorrono, in egual misura, a determinare, con il loro voto, le scelte fondamentali. Furono i cittadini a scegliere la forma di Stato con il referendum, ad eleggere i membri dell’Assemblea costituente, a determinare la formazione dei governi.

Tutto ciò non sarebbe stato possibile senza il coraggio e la visione da statista di Alcide De Gasperi che, più delle difficoltà materiali, temeva quelle morali e spirituali di un popolo oppresso, economicamente e socialmente prostrato, dalla sofferta esperienza democratica. Sotto la guida dello statista trentino è stata garantita la continuità dello Stato italiano, sancendo contemporaneamente la discontinuità rispetto alla monarchia e al regime fascista e poggiando la nuova costruzione democratica su basi diverse da quelle incerte ereditate dallo Stato liberale. Abbiamo resistito, in Italia allora, a difesa dell’unità di un Paese che era uscito sconfitto dalla guerra. Si pensi che le popolazioni di Trieste e Bolzano non poterono prendere parte al referendum. Si sono riconosciute le aspirazioni all’autonomia di singole Regioni. Si sono poste le basi per una politica di progresso sociale e si sono avviate grandi riforme. Si sono rafforzate le istituzioni democratiche senza rinunciare in alcun modo alla dialettica politica tra i partiti. Infine, si è data al Paese una chiara collocazione internazionale e la prospettiva europea.

De Gasperi non fu soltanto il protagonista di tutto questo ma fu anche il costruttore tenace di una diversa idea di Patria. Con la opzione repubblicana nasce un patriottismo basato sul legame indissolubile tra libera scelta democratica del popolo e istituzioni. Un patriottismo che può essere giudicato sobrio e solido, dopo le ubriacature nazionalistiche della dittatura fascista. Un patriottismo autentico e sentito, non declamato. Rispettoso delle culture delle diverse comunità presenti nel Paese. È un patriottismo rafforzato negli anni duri della ricostruzione; un patriottismo dell’esempio e del sacrificio, e dunque non superficiale ed effimero, basato sulle esperienze concrete dell’esistenza quotidiana. Un patriottismo che avverte in pieno la lezione degasperiana: ricostruire un’identità della nazione nel difficile passaggio dalle deluse aspirazioni nazionalistiche e di potenza alle esigenze di un ordinamento finalmente democratico, in un nuovo ordine internazionale che allora si stava affacciando. E, oggi, possiamo dire che si tratta anche di un patriottismo veramente europeo, frutto, anch’esso della visione di uno statista che aveva vissuto, e colto, nel breve volgere di mezzo secolo un cambiamento epocale.

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La decisione degasperiana di un’Italia integrata con le democrazie occidentali e per un’Europa oltre ogni revanscismo, ha posto le basi per un percorso patriottico antiretorico che può abbracciare tutti i giovani europei, spingendoli anche a nuove forme di espressione politica condivisa e sovranazionale. L’Italia ha risentito grandemente della divisione in blocchi raffigurata dalla “Cortina di ferro” e la Repubblica ha saputo tuttavia contenere e assorbire le spinte centrifughe e antisistema, esterne e interne (penso al terrorismo e allo stragismo), preservando le libertà democratiche. Frutto anche, di una politica estera rigorosa che trova fondamento nelle scelte degasperiane: l’atlantismo e l’integrazione europea. Sono passati soltanto settanta anni, che non sono molti per un Paese ma, se guardiamo all’Italia del 1946, possiamo dire che di strada ne abbiamo fatta molta.

De Gasperi assunse la guida della Repubblica con mano sicura. Aveva innato il senso dei tempi dei processi di cambiamento politici. La sua azione nel non facile passaggio alla Repubblica fu magistrale. Volle fermamente il referendum e riuscì a ottenerlo. Si trovò di fronte alle impazienze di molti, anche all’interno del suo partito. Dopo la conclusione di una tesissima riunione della direzione di questo, disse a uno dei suoi vicesegretari – anch’egli fermamente repubblicano e dal quale l’ho direttamente appreso – «Non si vuol comprendere che bisogna preparare la svolta senza che il carro si rovesci». Prese con decisione le redini della giovane Repubblica, proteggendola con cura, prima di tutto dall’insidia del passato, sempre in agguato. A buon diritto, possiamo riconoscergli l’attributo di “Padre” della nostra Repubblica. Quando esitazioni e incertezze potevano produrre danni o gravi pericoli non gli mancava il coraggio di assumere decisioni forti. Il coraggio di De Gasperi non era quello di un uomo impulsivo, bensì di un uomo esperto e tenace.

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Politica, responsabilità, autonomia: discorso di benvenuto al Presidente Mattarella

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Il mio saluto sarà certo breve. Ma non convenzionale…

Ringrazio Lei, Presidente Mattarella – non da oggi legato al Trentino, alla sua gente, alle sue montagne – per un atto di presenza che è anche un invito a tenere sempre insieme due capi di un medesimo vincolo storico e affettivo: non solo quanto il nostro Paese deve a questa terra trentina e ai suoi figli migliori ma anche quanto il Trentino deve all’Italia, soprattutto a partire dal momento in cui la maggioranza degli italiani optò per la Repubblica, scelta che peraltro i trentini sostennero con un consenso superiore a qualsiasi altra terra d‘Italia. Questo nesso fondamentale tra Italia e Trentino mi permette di introdurre la mia prima riflessione. Che ha a che fare con la parola “politica”. Lo dico nella maniera più semplice possibile: nel nome di De Gasperi dobbiamo tutti fare uno sforzo per ridare alla politica la dignità che le appartiene strutturalmente. Cosa è stata la politica per De Gasperi? Non semplicemente tecnica. Ma nemmeno pura visione. E ancora: come pensare che per essere un buon politico sia sufficiente il coraggio? No, competenza, visione e coraggio devono camminare sempre insieme.

Ecco allora che se una meditazione sulla storia della nostra Repubblica va fatta – e passo alla seconda riflessione – servirà anche in questa caso “salire” in quota e abbandonare la politica gridata e incapace di mediare, per recuperare senso istituzionale, conoscenza della storia passata e rispetto per gli avversari. E per introdurre una seconda parola, la parola “responsabilità”. Come italiani verso questa nostra Repubblica, anzitutto: ricordando con De Gasperi – siamo nel luglio del 1950 – che “la Repubblica italiana sarebbe perduta se, per obbedire alle sue leggi, fosse lecito aspettare che essa divenga o rossa, o bianca, o verde. Il tricolore vale per tutti!”. Ma responsabilità anche e soprattutto a partire da noi stessi. Individualmente, certo. Ma anche collettivamente. Anche noi trentini dobbiamo fare la nostra parte. Ne era cosciente De Gasperi quando, a chiusura del cammino costituzionale, a fine gennaio del 1948 pronunciava parole che sono al tempo stesso monito e coscienza della propria specificità di trentini nella nuova Italia repubblicana. Ecco il passo: “Io che sono pure autonomista convinto e che ho patrocinato la tendenza autonomista, permettete che vi dica che le autonomie si salveranno, matureranno, resisteranno, solo ad una condizione: che dimostrino di essere migliori della burocrazia statale, migliori del sistema accentrato statale, migliori soprattutto per quanto riguarda le spese. Non facciano la concorrenza allo Stato per non spendere molto, ma facciano in modo di creare una amministrazione più forte e che costi meno. Solo così le autonomie si salveranno ovunque, perché se una autonomia dovesse sussistere a spese dello Stato, questa autonomia sarà apparente per qualche tempo e non durerà per un lungo periodo”.

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Ecco appunto la terza ed ultima parola che intendo richiamare: la parola “autonomia”. Me lo lasci dire, caro Presidente Mattarella: questa è terra di vera autonomia, non di gretto localismo. Certo: noi oggi siamo qui anche a ribadire la nostra lontananza culturale e politica da quella che De Gasperi già nel primo dopoguerra chiamava “l’idra sotterranea” del “centralismo” . Ma facciamo nostra anche la seconda parte del suo ragionamento allorché, sempre nel 1919, aggiungeva: “E se la nostra voce di ultimi venuti non potesse apparire immodesta, vorremmo aggiungere che lo stesso interesse autonomistico rende tutte le province sorelle, perché il centralismo livellatore della burocrazia ed il capitalismo accentratore sono nemici di tutte”. Vorrei anche ricordare che in quegli stessi anni il grande statista trentino veniva attaccato da destra così come da sinistra come “austriacante”. Il vento gelido del nazionalismo si sarebbe presto abbattuto anche su di lui proclamando l’impossibilità di far convivere la tragica vicenda di ben 55.000 trentini chiamati sin dal 1914 a combattere in Galizia nelle fila dell’esercito austriaco con la storia altrettanto sofferta di quanti invece – poco più di 700 – si mossero l’anno dopo nel solco dell’irredentismo e quindi contro l’Austria.

Noi oggi queste due storie le vogliamo raccontare a partire da una seria ricerca storica e non più da presupposti ideologici. Ancor più: noi oggi queste due storie le vogliamo tenere insieme! Rifuggendo dagli aut-aut e recuperando proprio dalla lezione degasperiana un concetto di identità plurale, positiva e su più livelli. Che ci permetta di amare e a difendere la lingua e la cultura italiana, senza per questo cessare di sentirsi parte di una storia in cui uomini e donne della mia generazione hanno potuto anche avere dei nonni che nella Grande guerra hanno combattuto su fronti opposti. Continuiamo dunque ad immaginare la possibilità di essere cittadini su più livelli, senza che tutto si esaurisca nel principio di nazionalità! Così facendo, proprio De Gasperi ha potuto dare inizio al processo di costruzione europea, senza smettere di sentirsi italiano. E arrivando negli ultimi anni a parlare significativamente di “patria Europa”.

Ecco, caro Presidente, a distanza di tanti anni anche a me piace oggi tornare a proclamare davanti a Lei, Presidente della nostra Repubblica, e a questa vasta e attenta platea di concittadini e ospiti vari, la possibilità di dirsi al tempo stesso trentini, italiani ed europei! Ancora una volta al servizio del nostro Paese, delle nostre comunità e delle ragioni ultime per cui è nata l’Europa nel secondo dopoguerra: pace e democrazia.

Ugo Rossi

Pieve Tesino, 18 agosto 2016

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Il saluto del governatore del Trentino Ugo Rossi al presidente della Repubblica Sergio Mattarella fra politica, responsabilità e autonomia

Comunicato 1271 del 18/08/2016

Oggi a Pieve Tesino la lectio degasperiana

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Politica, responsabilità, autonomia: è attorno a questi tre concetti che si è sviluppato il saluto del governatore del Trentino Ugo Rossi al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, oggi a Pieve Tesino per pronunciare la sua lectio degasperiana, su invito della Provincia autonoma di Trento e della Fondazione Alcide De Gasperi-Gruber, a settant’anni dall’Accordo de Gasperi-Gruber ma anche del referendum che ha sancito l’inizio della storia repubblicana nel nostro Paese. Politica perché, “nel nome di De Gasperi dobbiamo tutti fare uno sforzo per ridare alla politica la dignità che le appartiene strutturalmente” e che nell’operato del grande statista di origini trentine si traduceva in un insieme di competenza, visione e coraggio. Responsabilità perché tutti noi, come italiani, siamo responsabili della vita e del futuro della Repubblica, ma come trentini, e come autonomisti, sentiamo una responsabilità particolare, quella, per dirlo con le parole di De Gasperi, “di essere migliori della burocrazia statale, migliori del sistema accentrato statale, migliori soprattutto per quanto riguarda le spese”. Infine appunto autonomia: “Questa – ha sottolineato Rossi nel suo indirizzo di saluto – è terra di vera autonomia, non di gretto localismo, una terra che coltiva un’identità plurale, positiva e su più livelli”.

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