Ripartire dai territori

Per ricostruire l’Italia non si può che partire dai territori, dalla loro vitalità e dalla loro responsabilità. Dobbiamo sgombrare il terreno da un possibile equivoco: quello di far coincidere la realtà dei territori con l’assetto istituzionale delle regioni. I territori hanno fatto l’Italia, hanno creato tanti nuclei propulsivi che insieme hanno dato forza al nostro passato e che potranno dar forza al nostro futuro. Ma non sempre le istituzioni regionali hanno fatto altrettanto, diventando non uno stimolo ma un freno alla volontà di crescere. Il rischio che corriamo oggi è quello di equivocare i termini della questione: che a “regioni inadeguate” debbano necessariamente corrispondere “territori inadeguati”.

Non è così e per far ripartire l’Italia è necessario evitare questo equivoco puntando a un assetto regionale che sia di traino, e non di freno, alla nostra ricchezza più grande: la varietà e la bellezza delle nostre regioni intese come comunità territoriali e non come apparati burocratici. Cavalcare l’onda di un improbabile neocentralismo giustificato da esigenze di risparmio e di moralizzazione sembra oggi una via più facile, più naturale, e percepita da vasti strati di opinione pubblica come “necessaria”. Bisogna tuttavia essere consapevoli che si tratta di una via di corto respiro e che, come per tutte le soluzioni semplicistiche e scarsamente meditate, rischia di mancare l’obiettivo e di ingenerare altri e più gravi problemi. Va pertanto abbandonata in fretta l’idea di uno stato totalizzante che interviene direttamente e in maniera uniforme su questioni locali senza tener conto che la reattività del Paese nasce dal basso e non dall’alto. Solo su questo presupposto si può immaginare il necessario e innovativo rilancio del regionalismo italiano e della sua evoluzione.

Un percorso complesso, carico di opportunità, ma anche di molti pregiudizi. Quindi, parlarne è d’obbligo e lo dobbiamo fare soprattutto ascoltando la voce delle periferie. La voce di quelle periferie che si riconoscono nell’unità del Paese, ma non nel centralismo, nella presunzione che da Roma sia possibile cogliere e interpretare la molteplicità di anime e di paesaggi che ci rende ricchi e irripetibili.

E’ l’obiettivo delle riflessioni che nei prossimi mesi vorrei sviluppare approfittando del pregevole spazio di confronto offerto dalla rivista Mente Politica. Riflessioni che muovono dall’esperienza trentina e dai buoni risultati fino ad oggi ottenuti, ma che hanno l’ambizione di guardare non al “particolare”, ma al “generale”, non agli egoismi di campanile, ma all’orizzonte più ampio degli interessi nazionali. Un’ambizione alimentata dalle molte altre esperienze positive, dai dibattiti costruttivi, dalla generosità di cui siamo fortunatamente e sorprendentemente ricchi.

L’Italia non è nata come l’espansione di un centro: abbiamo una multipolarità che ci è congeniale da sempre; abbiamo imprese diventate multinazionali nate e rimaste in paesi del Veneto o delle Marche; abbiamo tradizioni municipali e, per chi come me conosce bene i monti, anche di valle con economie e identità diverse. Insomma siamo plurali, sotto ogni registro e a ogni dimensione. Per questo può essere naturale che dall’estremo sud o dall’estremo nord dell’Italia, nel mio caso dal Trentino, possano venire riflessioni che investono l’intero Paese.

Per quanto mi riguarda, parto da una autonomia speciale e questo potrebbe far ritenere che l’esperienza di cui sono testimone non sia generalizzabile. Ma non è così, perché è dai territori e non dagli statuti e dalle loro dotazioni finanziarie che trae energia la nostra vitalità e la nostra capacità competitiva. Le regioni ad autonomia speciale, con statuti del tutto analoghi, hanno avuto destini profondamente diversi. Come destini diversi hanno avuto regioni ad autonomia ordinaria, con caratteristiche geografiche e antropiche del tutto simili. Se la ricchezza principale su cui possiamo contare, accanto alla straordinarietà del nostro paesaggio, è la qualità del capitale umano e il modo d’essere dei molti territori che popolano l’Italia, qualunque voce in grado di far crescere e di valorizzare questo capitale e questo modo d’essere rappresenta un’occasione cruciale per parlare al nostro futuro.

Ugo Rossi

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Commenti (5)

  • Nemesio

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    I Partiti e la Politica “liquidi” hanno stroncato il rapporto elettore(popolo)/eletto. Ora gli eletti sono, colpa loro, soli. Senza base e senza Partito di sostegno perchè anche quest’ultimo è “liquido”. Ha rinunciato, preferendo il verticismo, al coinvolgimento della base nelle scelte e nelle decisioni. Gli iscritti, quindi il territorio, nell’interegno tra una elezione e l’altra non contano nulla. Da quì il distacco, l’annullamento, del rapporto tra eletti e territorio. A poco servono le lettere. Ci voglio incontri e riflessioni sui problemi. Meno ideologia e tatticismo per rincorrere maggioranze per governare.

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  • vincenzo

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    Dott. Rossi, ieri ero presente alla inaugurazione della nuova sede NUVOLA Valsugana. Parole interessanti le Sue, in particolare per quanto riguarda l’Autonomia del Trentino.
    Se l’Autonomia è in pericolo, come ventilato nel discorso di ieri (che sembrava più un comizio autonomista…) come mai Lei e il Suo partito sostenete un governo che è per antonomasia espressione di un Centralismo Assoluto?

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  • Claudio

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    La politica, per migliorare il territorio inteso come miglioramento del rapporto vita/natura dei cittadini trentini, dovrebbe non solo ascoltare ( ciò che non avviene ), ma anche e soprattutto mettere in atto ciò che gli abitanti di un posto ritengono necessario per una buona e sana convivenza con il territorio in cui abita e lavora.
    I politici devono smettere di interpretare un ruolo decisionale piramidale dall’alto verso il basso imponendo soluzioni e progetti a volte non condivisi dalle popolazioni locali, ma essendo i diretti rappresentanti dei cittadini, che li hanno votati, dovrebbero esercitare un ruolo di sviluppo e generazione dei voleri dettati dalle esigenze di vita della collettività.
    È ora di smetterla di imporre le cose, ma bisogna prima condividerle con i diretti interessati, cioe il popolo.
    Ora personalmente mi trovo, assieme ad altri cittadini, nella situazione di doverci associare, fondando un’associazione, per poter far sentire la propria voce su problematiche di una valle che rasentano ormai il ridicolo, estromettendo e cancellando completamente, da tutti i campi comunicativi, il lamento ormai esasperato della gente.
    Non è così che si costruisce il bene del Trentino e del suo territorio.
    Gente che deve associarsi per poter avere voce con chi hanno votato e con chi dovrebbe rappresentarli.
    Sono e siamo molto, moltissimo indignati…
    Soprattutto, qualche assessore non si degna neppure di prendere contatti con chi a scritto e chiesto un incontro civile tramite raccomandata..
    Che dire e che pensare….fate Voi….siamo stufi….

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  • Maria

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    Sono un’imprenditrice e ritengo che nel privato ci siano ancora troppi vincoli e burocrazia , per poter sviluppare tutte le potenzialità dei territori . Inoltre, ritengo che si debbano cambiare i criteri di valutazione nel pubblico . Sono le imprese sul territorio che hanno fatto grande il nostro paese . Mentre il pubblico spesso ha fatto il contrario , con clientelismi , sprechi , e assunzione delle persone sbagliate . Se i criteri di meritocrazia e l’efficienza del privato non si importano anche nel pubblico il nostro futuro e’ tutt’altro che roseo . Saluti .

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  • Gianclaudio

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    I territori vanno valorizzati, cosa che attualmente non accade in Italia. E’ necessario ripensare il rapporto con le istituzioni politiche, di modo che nei processi decisionali che toccano le realtà territoriali vi siano forme, innovative e rapide, di coinvolgimento dei cittadini. Non è possibile aspettare una legislatura per poter esprimere le proprie opinioni, e solo tramite un voto!! Dovete creare nuove modalità di partecipazione delle periferie, altrimenti la vitalità dei territori resterà solo sulla carta!!

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