Elezioni 2018


presidente

Regionalismo, autonomie e crisi italiana. Uno sguardo conclusivo

Il ciclo di articoli che ho pubblicato in più di un anno di stimolante collaborazione con Mente Politica e che, con quest’ultimo mio contributo, arriva alla sua naturale conclusione, è nato dalla volontà di condividere alcune riflessioni sulla critica situazione in cui si è “impantanato” il nostro Paese. Riflessioni che hanno avuto l’obiettivo, spero raggiunto, di cogliere queste criticità per trarne indicazioni utili a indirizzarci verso quei cambiamenti che potranno favorire la ripresa o, per meglio dire, la rigenerazione delle nostre energie più vitali.

Le tematiche affrontate, e spesso intrecciate l’una all’altra, hanno preso l’avvio da un’analisi dell’attuale realtà nazionale, con particolare attenzione alla politica, a come è cambiata nell’arco di questi ultimi cinquant’anni. La politica, sia per come è gestita, sia per come viene percepita dal “basso”, dalla società nel suo insieme, ha oggi bisogno di un eccezionale sforzo di riflessione, se vuole recuperare credibilità e fiducia.

Da questo quadro è emersa una tendenza alla resistenza verso il nuovo, alla difesa, talvolta ostentata, di rendite di posizione, di privilegi finanziari, burocratici, politici, di categoria, che combattono aspramente, punto per punto, ogni spinta al cambiamento. In altre parole, l’Italia si è arroccata in una stasi pericolosa, incapace di mettersi in discussione e di affrontare le sfide politiche, sociali ed economiche poste dal nuovo millennio. A questo già precario quadro, va ad aggiungersi la recente volontà di ricentralizzare la spesa pubblica, volontà indotta dalla crisi fiscale dello Stato nazionale e da alcune gravi esperienze di malgoverno, ma anche dall’insieme approssimativo e fuorviante di informazioni che sono state prodotte “intorno” alle Regioni, in particolare a quelle speciali. In contrapposizione a questa tendenza – antistorica e pericolosa – ho posto l’attenzione sui territori, intesi come risorsa preziosa e imprescindibile per attuare il cambiamento di rotta indispensabile a garantire una ripresa solida e duratura.

Ho parlato, qualche volta, del Trentino, perché è la realtà che più conosco, ma ho esteso il ragionamento anche alle molte altre aree vitali che hanno dato e che danno all’Italia speranza e passione. Dobbiamo sgombrare il terreno da un possibile equivoco: quello di far coincidere la realtà dei territori con l’assetto istituzionale delle Regioni. I territori hanno fatto l’Italia, hanno creato tanti nuclei propulsivi che insieme hanno dato forza al nostro passato e che potranno dare respiro al nostro futuro. Ma non sempre le istituzioni regionali hanno fatto altrettanto, diventando non uno stimolo ma un freno alla volontà di crescere. Il rischio che corriamo oggi è quello di equivocare i termini della questione: che a “Regioni inadeguate” debbano necessariamente corrispondere “territori inadeguati”. Non è così, e per far ripartire l’Italia è necessario evitare questo equivoco, puntando con decisione e senza pregiudizi sulla nostra ricchezza più grande: la varietà e la bellezza delle nostre Regioni intese come comunità territoriali e non come apparati burocratici.

Cavalcare l’onda di un improbabile neocentralismo giustificato da esigenze di risparmio e di moralizzazione potrebbe sembrare oggi una via più facile, più naturale, e percepita da vasti strati di opinione pubblica come “necessaria”. Bisogna tuttavia essere consapevoli che si tratta di una via di corto respiro e che, come per tutte le soluzioni semplicistiche e scarsamente meditate, rischia di mancare l’obiettivo e di ingenerare altri e più gravi problemi. Solo su questo presupposto si può immaginare il necessario e innovativo rilancio del regionalismo italiano e la sua auspicabile evoluzione.

Abbiamo pertanto bisogno di un diverso e più appropriato rapporto tra centro e periferia, dove il primo tenda a riconoscere e a portare a sintesi le molte diversità regionali, e le seconde si rendano disponibili a un grande investimento sia in termini di responsabilità che di rigore e efficienza nelle gestioni. Un percorso complesso, carico di opportunità, ma anche di molti pregiudizi. Quindi, parlarne è d’obbligo e lo dobbiamo fare soprattutto ascoltando la voce delle periferie. La voce di quelle periferie che si riconoscono nell’unità del Paese, ma non nel centralismo, nella presunzione che da Roma sia possibile cogliere e interpretare la molteplicità di anime e di paesaggi che ci rende ricchi e irripetibili. Va pertanto abbandonata in fretta l’idea di uno Stato totalizzante che interviene direttamente e in maniera uniforme sulle questioni locali senza tener conto che la reattività del Paese nasce dal basso e non dall’alto.

Link all’articolo su mentepolitica.it

Tags: , ,

Lascia un commento