MIGRAZIONI VECCHIE E NUOVE: LA LEZIONE DEL BRASILE “TRENTINO”

Il viaggio che ho fatto recentemente in Brasile assieme a una delegazione trentina, da un lato per incontrare le comunità create in quel grande paese latinoamericano dai nostri emigrati, a 140 anni dalle prime partenze, dall’altro per gettare le basi di nuove partnership economiche, ha offerto qualche spunto di riflessione anche riguardo al tema del momento a livello nazionale ed europeo, quello delle migrazioni internazionali.

Cosa abbiamo trovato in Brasile, in paesi e città come Curitiba, Florianopolis, Nova Trento, Rodeio, Rio dos Cedros, Bento Goncalves (nomi che fanno battere il cuore a tanti trentini, che sanno di avere laggiù un ramo della propria famiglia?). Il primo dato che vorrei sottolineare è il seguente: abbiamo trovato una fortissima “trentinità”, a volte persino più marcata rispetto a quella presente qui, nelle nostre valli. Tutti i membri della delegazione – che comprendeva anche i consiglieri provinciali Maestri e Civettini, i rappresentanti delle associazioni Trentini nel mondo e Unione delle famiglie trentine all’estero e i vertici di due importanti realtà economiche, Federazione trentina della cooperazione e Dolomiti Energia – credo abbiano vissuto questa missione innanzitutto come un’immersione nel Trentino delle tradizioni, delle radici, di un bacino di memorie che risalgono a quando il nostro territorio era parte del Tirolo storico, essendo iniziata l’emigrazione verso le Americhe nel 1874-75. Dai cognomi alla lingua, dalle abitudini alimentari ai canti, ai costumi tradizionali ai racconti, spesso drammatici, di chi ha custodito i ricordi degli avi, tutto laggiù ci parla del Trentino. Il che è tanto più sorprendente se pensiamo che, nonostante i legami tenuti o riscoperti dalla Provincia autonoma di Trento e dal mondo dell’associazionismo, le persone incontrate, alcune delle quali arrivate in posizione chiave nelle istituzioni o nell’economia brasiliana (sindaci, governatori di stati importanti e fra i più ricchi del paese, imprenditori), sono ormai in gran parte oriunde trentine di quarta o quinta generazione.

Accanto a ciò, nel corso degli incontri che si sono susseguiti ad un ritmo davvero serrato, è emerso anche un altro dato. Questi “trentini brasiliani”, a cui ci legano sia le memorie comuni sia anche i progetti più recenti che stiamo sviluppando assieme, sono pienamente inseriti nella realtà del Paese e dello Stato in cui vivono. Sono, appunto, brasiliani, e non solo: in alcune regioni – in particolare a Rio grande do Sul – sono anche Gaúchos. Alcuni di loro hanno studiato per anni all’università di Trento, prima di fare ritorno a casa: oggi sono diventati punti di riferimento importanti, per i Circoli e le Famiglie trentine, per le nostre imprese che esportano in Brasile o stringono accordi di joint ventures. Ma vivono in pieno il loro Paese e il loro tempo, fatto di internet, di evoluzione tecnologica, di viaggi, di aperture, di plurilinguismo. Esprimono un’attitudine nei confronti della vita concreta e attuale, che mescola intraprendenza e voglia di fare a spirito solidaristico. Guardano all’Europa, all’Italia e al Trentino come a delle importanti fonti di ispirazione ma senza sudditanza, con orgoglio e piena consapevolezza di ciò che a loro volta hanno da offrire. Fra cui lavoro e opportunità di business.

La lezione che si può trarre mi pare pertanto possa essere questa: le radici, nell’era della globalizzazione, sono importanti, sono come una cartina geografica o una bussola, danno un orientamento, imprimono una direzione all’esistenza. Conservare le radici però non significa chiudersi, rifiutare ciò che è altro da sé, le lingue e le culture altrui, le sollecitazioni della modernità, le sfide che ci arrivano ogni giorni attraverso centinaia, migliaia di input, di stimoli, di occasioni. I “trentini brasiliani” ne sono una prova, con il loro attaccamento alla trentinità e al tempo stesso con il loro essere al 100 per cento brasiliani e al 100 per cento cittadini del mondo.

Se questo è vero, mi pare se ne possa ricavare anche un messaggio di speranza per il futuro di un’Europa che vive con apprensione – a volte giustificata – l’arrivo di tanti migranti e tanti profughi. Certo, queste persone portano con sé culture, tradizioni, esperienze diverse dalle nostre. Parlano lingue che non comprendiamo. A volte ci sembrano, pur con tutta la buona volontà, estranee. Ma la storia delle migrazioni – una storia plurisecolare – mostra che prima o poi da tutto questo nasce qualcosa di nuovo. Un’identità complessa, che non ha dimenticato il passato e la terra di origine ma che è capace di mettersi in gioco continuamente, di integrarsi, di dare un contributo reale, positivo, al paese di accoglienza.

È questa la grande scommessa che i trentini emigrati in Brasile e in tanti altri paesi del mondo hanno, nella stragrande maggioranza dei casi, vinto. Ed è questa la scommessa che dobbiamo accettare oggi anche in Europa, anche in Trentino: i migranti che per un periodo breve o lungo si stabiliscono qui e noi che li accogliamo, consapevoli entrambi che vivere assieme comporta in pari misura il riconoscimento di diritti e l’assunzione di doveri, che stabilirsi lontano da casa è spesso fonte di sofferenze (quante sofferenze nelle memorie dei nostri primi emigrati!), che uno sforzo di adattamento è richiesto ad entrambi. Che se ci impegniamo possiamo ricavarne tutti dei benefici.

Ugo Rossi

Editoriale pubblicato sul quotidiano “Il Trentino” del 23/09/2015

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