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La centralità della scuola nella mobilità sociale

La mobilità sociale è un motore che deve funzionare non solo quando le società sono “ricche”, ma anche quando sono “povere”. Senza la possibilità, la speranza e l’opportunità della promozione sociale, una collettività muore interiormente. E oggi l’Italia, accanto a una crisi generalizzata, testimoniata dalla caduta della ricchezza reale, è bloccata anche nella mobilità sociale. Sempre più gli avvocati sono figli di avvocati, gli architetti di architetti, i farmacisti di farmacisti, e sempre più i figli rimangono, nel bene e nel male, nell’alveo tracciato dalla famiglia. Questa situazione, di conseguenza, non crea difficoltà per chi si colloca nelle fasce più alte, mentre è problematica per chi sta in quelle medie e medio-basse.

Il concetto di mobilità sociale è molto diverso da quello di ugualitarismo sociale. Non si può affermare di essere tutti uguali, se uguali non siamo: è un tratto di “natura” innegabile. Ciò che conta è garantire l’eguaglianza delle opportunità. Ogni persona deve avere la possibilità di esprimere al meglio le proprie capacità, senza vincoli o barriere che derivino dal suo status sociale o economico. Quindi, non uguaglianza dei punti d’arrivo, ma dei punti di partenza, di quelle che nel linguaggio corrente sono definite come “pari opportunità”. Un concetto ormai consolidato nel nostro modo di vedere e di pensare, ma che nei fatti non garantisce che ciascuno abbia la possibilità, tramite i propri talenti, le proprie competenze e motivazioni, di arrivare a un miglioramento concreto e soddisfacente della propria condizione.

È evidente che molti dei fattori che concorrono a queste difficoltà sono legati all’andamento dell’economia, alla crescita della ricchezza prodotta, alla possibilità di allargare le opportunità di mercato. Tuttavia, accanto a questo ci sono altri fattori, meno dipendenti dalle “congiunture” più o meno favorevoli. Il riferimento è in primo luogo alla qualità del capitale umano, che può essere promosso in particolare attraverso la scuola. Bisogna puntare su un’istruzione di qualità e attenta alle nuove esigenze della realtà di oggi. È dalla scuola che possono arrivare le soluzioni di lungo periodo; è nella scuola che deve prendere forma e sostanza la meritocrazia, la primazia del merito. Un tempo il richiamo al merito era guardato con sospetto, giacché le classi disagiate difficilmente potevano accedere ai livelli più alti di istruzione e quindi avere più chance per raggiungere posizioni di comando e di responsabilità. Oggi non è più così. L’accesso all’istruzione, anche ai livelli più elevati, è un’opportunità aperta a molti. Il problema è che la scuola non trasmette le competenze indispensabili per affrontare una “vita attiva” sempre più esigente e competitiva. Non è quindi un caso che un numero crescente di giovani scelga di studiare e di laurearsi all’estero, dove le competenze acquisibili appaiono più solide ed accreditate.

Tutto questo mentre viviamo nel pieno della “società della conoscenza”, dove l’istruzione è al primo posto tra le priorità dello sviluppo. La possibilità di raggiungere buoni o alti livelli di istruzione deve quindi essere un’opportunità da garantire a tutti, senza dover ricorrere ad impegnative, e costose, “trasferte” all’estero. Una possibilità che non può essere garantita con logiche del tipo “tutti promossi”, ma ripristinando un serio e appropriato riconoscimento del merito. Il problema è che la selezione di merito non la fa la scuola, da dove formalmente tutti escono uguali, con la stessa virtuale preparazione. La selezione viene posposta a ciò che accade nella società, nel mercato del lavoro, ed è lì che la discriminazione evitata a scuola si ripropone forse ancora più dura.

Per queste ragioni occorre puntare oggi sulla scuola e sulla sua capacità di generare, in un contesto di pari opportunità, la dimensione del merito. Un concetto di merito che non sia solo sinonimo di competenza, di disponibilità di strumenti tecnici, ma che ricomprenda anche l’impegno, il sacrificio, l’applicazione. Il merito non deve più essere un’eredità da gestire, ma una strada per conquistare qualità e opportunità di crescita. Poi rimangono le condizioni di contesto, favorevoli o, come è nella fase attuale, molto difficili. Tuttavia è evidente che un capitale umano più preparato, motivato e non prerogativa di pochi privilegiati, indipendentemente dalle condizioni di contesto sia una concausa importante della ripresa di mobilità sociale. Una ripresa di cui oggi c’è bisogno per dare alle nuove generazioni maggiori certezze nel presente e maggiori speranze nel futuro: è la vera sfida che la scuola italiana deve saper accettare e vincere.

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Commenti (2)

  • eva

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    Sono una docente di inglese che sta per concludere il percorso TFA a Trento. Scrivo perchè sono indignata per come è stata trattata dalla Provincia la questione degli inserimenti in seconda fascia per gli abilitati entro il 1 agosto 2015. In tutta Italia difatti, tramite decreto ministeriale, è stata data la possibilità agli abilitati TFAe PAs di potersi inserire nelle graduatorie di seconda fascia. Ciò permette alle scuole di migliorare l’offerta formativa disponendo di insegnanti formati e pedagogicamente efficaci. Il problema è che la Provincia autonoma di Trento, che ha autorità legislativa riguardo il tema dell’istruzione, ha deciso di non applicare il decreto, e dunque di non permettere il passaggio in seconda fascia a noi abilitati. Mi domando le ragioni per questa scelta sconsiderata che ricade indubbiamente in modo negativo sull’intera scuola trentina: difatti, non permettendo alle persone più preparate e formate di svolgere il proprio lavoro, si fanno progredire persone che non hanno alcuna abilitazione e sicuramente sono meno preparate rispetto agli abilitati TFA, che, voglio ricordare, hanno superato una durissima selezione per poter accedere al corso abilitante.

    Non permettendo la riapertura delle graduatorie si chiudono le porte a tutti quegli abilitati che, dopo ave speso in media tra i 2500 e 3000 euro, si sentono ora dire che in Provincia di Trento la loro abilitazione non vale assolutamente nulla per almeno i prossimi due anni. La beffa è ancora maggiore se si considera che gli abilitati a Trento inseriti però nelle graduatorie di altre province potranno tranquillamente passare in seconda fascia: un’ingiustizia e una diversità di trattamento senza senso a scapito dei docenti trentini.

    Chiedo quindi alla provincia di darmi almeno una spiegazione per il fatto di aver deciso di andare contro corrente rispetto a tutto il resto d’Italia (anche la provincia di Bolzano difatti aprira la finestra di inserimento).

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  • Filippo M.

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    Ciao Ugo,
    non posso che condividere il tuo pensiero.
    La scuola deve ripristinare un serio e appropriato riconoscimento del merito.
    Il mercato lavorativo con la crisi economica e’ diventato più’ esigente e di conseguenza selettivo,la discriminazione evitata a scuola sara’ inevitabile.

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