Il nuovo regionalismo a geometria variabile

L’esperienza del regionalismo non ha avuto solo riscontri problematici; in alcuni casi i risultati sono stati altamente positivi, sia in termini di assunzioni di responsabilità che di capacità di governo e di autofinanziamento. È quindi del tutto insensato pensare al regionalismo come se fosse un corpo unico e, ancora di più, vedere nel ritorno al centralismo statale la soluzione della crisi del Paese.

In questo senso, un primo e serio problema da affrontare è quello dell’attendibilità dei dati necessari per valutare correttamente le diverse situazioni regionali. Dati che, purtroppo, forniscono una panoramica sbiadita, spesso inesatta, di come stanno realmente le cose. Di conseguenza, fondamentale è la necessità di adottare dati e criteri di valutazione che non falsino, come purtroppo sta succedendo, le percezioni collettive e le scelte governative. Partendo dall’esperienza concreta, e da valutazioni attendibili, è necessario individuare i modelli istituzionali che hanno funzionato e immaginare un nuovo regionalismo improntato realmente: a principi di sussidiarietà, ogni livello deve essere appropriato per competenze e risorse; di responsabilità, sia nei confronti del livello locale che di quello nazionale; di qualità, nella gestione dei servizi e nel sostegno alla competitività dei territori. Adottare un modello rigido e cocciutamente indifferente a situazioni regionali geneticamente e strutturalmente diverse, è una forzatura istituzionale, dagli effetti perversi, che non ha mai funzionato e che impone l’adozione di una logica diversa. Una logica che non solo metta in discussione la tendenza al centralismo statale, che la storia e l’evidenza delle cose hanno dimostrato inadeguato.

Altrettanto indispensabile è superare l’attuale regionalismo a geometria istituzionale rigida, configurando un’architettura a geometrie variabili e concertate. Ovviamente questo deve essere il risultato di precise e condivise valutazioni programmatiche e tecniche che, partendo dai livelli di responsabilità ritenuti ottimali – in questo caso da ciò che è meglio fare a livello regionale –, verifichi le reali capacità di risposta.

Questo nuovo regionalismo non può essere il frutto di un processo repentino, ma deve essere un obiettivo “a tendere”. Un obiettivo, audace ma possibile, che ha bisogno di un tempo di sperimentazione e di consolidamento in itinere essenziale per mettere a punto un sistema che valorizzi e incentivi a crescere le realtà locali e la loro classe dirigente. E questo, tenendo conto che un’adeguata responsabilizzazione in termini di competenze e di corrispondenti risorse finanziarie è un prerequisito perché possa crescere una capacità di governo all’altezza delle sfide del «dopo crisi».

Questa responsabilizzazione, è doveroso dirlo con forza, non c’è mai stata. Se prescindiamo dalle “Speciali”, l’Autonomia delle regioni ordinarie si è limitata a sanità, trasporti e poco più. Il tutto, sempre e comunque sotto la regia statale. In queste condizioni un regionalismo capace e responsabile non potrà mai crescere e contribuire allo sviluppo del Paese. L’unica soluzione è un sistema a più velocità che, partendo da assetti adeguati – quindi autonomia reale, responsabile, e non mera delega di spesa –, e dal necessario credito di fiducia, consenta al regionalismo di dispiegare con pienezza le sue potenzialità. Un regionalismo che sappia valorizzare le straordinarie diversità, culturali, sociali, economiche e territoriali di cui dispone, ma che tenga in debito conto anche della necessità di concertare con il “centro” i criteri con cui valutare adeguatezza e inadeguatezza delle proprie performances. Rischiando un eccesso di semplificazione si può ragionevolmente sostenere che questi criteri siano essenzialmente cinque.

Il primo è tener conto della capacità del governo regionale di produrre ricchezza e quindi di reperire, attraverso la fiscalità locale, le risorse necessarie per gestire adeguatamente i servizi pubblici, realizzare le infrastrutture necessarie e rendere più competitivo il proprio territorio. Attitudine, questa, che non può prescindere dalla qualità della classe dirigente su cui può contare. In secondo luogo, considerare adeguatamente fattori oggettivi come le dimensioni, la densità della popolazione e l’articolazione orografica. La Sardegna ha un territorio più vasto di quello della Lombardia ma ha solo il 16% della sua popolazione. E questo comporta inevitabili conseguenze sui costi di gestione dei servizi e di realizzazione delle infrastrutture. Quindi, territori che presentano significative differenze non possono essere trattati in ugual modo, anche dal punto di vista della allocazione delle risorse pubbliche. Terzo, affermare il principio che il cattivo governo ha effetti negativi anche sulla classe dirigente locale che ne è responsabile. Se non sono adottate forme di corresponsabilità degli amministratori pubblici, far crescere la capacità di governo sarà molto più difficile. In quarto luogo, la solidarietà da parte dei territori più forti rispetto a quelli più deboli non può rispondere alla mera logica della copertura del disavanzo dei bilanci in deficit o, peggio ancora, al ripiano a piè di lista. La solidarietà, necessaria, deve poggiare su criteri e condizioni che garantiscano il buon fine delle risorse erogate e non alimentino meccanismi perversi di moltiplicazioni dei costi e delle inefficienze. Infine, deve essere esercitato il potere sostitutivo da parte dello Stato nei casi in cui le situazioni siano carenti o deficitarie. Se le cose non funzionano, e questo non per condizioni contingenti, lo Stato ha il titolo, anzi il dovere, di intervenire anche sospendendo l’esercizio delle competenze, impegnandosi tuttavia a creare le condizioni perché la sospensione sia temporanea.

In definitiva, per evitare l’ennesimo mescolamento di carte destinato a produrre le solite, e inadeguate, conseguenze è indispensabile agire congiuntamente su due livelli: quello di uno Stato in grado di giocare la sua capacità di sintesi e di indirizzo nel rispetto delle diversità territoriali e del loro ruolo fondante nello sviluppo del Paese; un assetto a geometria variabile che dia basi solide e chance competitive alle Regioni, muovendo dalla loro capacità di valorizzare compiutamente e responsabilmente le varietà e le ricchezze di cui dispongono. Quindi, una nuova governance che sappia ricomporre e mettere a sistema il rapporto tra “centro” e “periferia”, superando quell’andamento pendolare, in un senso o nell’altro, che l’esperienza ha nei fatti bocciato per l’inadeguatezza di entrambe le polarità.

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