La crisi della partecipazione politica

Nel secondo dopoguerra, era evidente a tutti che attraverso la partecipazione alla vita politica, oltre che attraverso le elezioni, si formava il destino del Paese. Allo stesso modo era evidente che le politiche economiche, quelle sociali, insomma le scelte collettive passavano attraverso le decisioni dei partiti politici, che non erano entità lontane, sconosciute, incomprese, ma vive, partecipate e vicine. In più c’era la democrazia interna ai partiti. Quella comunista osservava leggi e procedure opposte a quella democristiana e socialista, ma comunque si trattava di meccanismi comprensibili e che, soprattutto, coinvolgevano nel loro funzionamento milioni di persone. Cos’è che ha portato alla situazione di oggi, con partiti attenti al potere e disattenti alla gente?

Naturalmente la disaffezione del pubblico verso la politica è dovuta a molte ragioni, di cui la prima è certamente la vicenda di Tangentopoli e poi la ininterrotta catena di scandali che hanno segnato tutti gli anni più recenti. C’è però un’altra ragione: via via che il reddito delle famiglie è cresciuto, via via che l’economia si è consolidata, via via che la patrimonializzazione delle famiglie si è fatta più importante, via via che l’offerta del welfare (previdenza, istruzione, sanità) è diventata disponibile a prezzi molto bassi e si è rivelata insufficiente o insoddisfacente, le speranze che la collettività nel suo insieme e ogni famiglia singolarmente riponeva nella politica, sono andate decrescendo a un ritmo costante.

Ad esempio, oggi è assai diffusa la convinzione che nessuna riforma porterà davvero a un miglioramento dell’istruzione universitaria e che sia preferibile finanziare periodi di studio all’estero con soldi privati. Lo stesso si sta verificano con le assicurazioni sanitarie, che si sono aggiunte alla sanità pubblica, la quale di per sé non è in grado di rispondere in maniera veloce, soddisfacente, esauriente alla crescente domanda delle famiglie.

Sono solo pochi esempi, ma significativi del fatto che la politica viene oggi intesa come qualcosa che può governare ambiti di utilità sociale, ma nessuno vi pone più i sogni di riscatto familiare, di promozione sociale, di cambiamento significativo delle proprie condizioni di vita. Allora la politica diventa un ambito fra i tanti in uno schema poliarchico. C’è la politica, ma c’è l’economia, ci sono le reti telematiche, ci sono le associazioni; c’è la religione; c’è il mondo del consumo; c’è la propria nicchia di riferimento; c’è il tempo libero con le sue seduzioni; c’è l’entertainment invasivo e narcotizzante. Insomma il mondo è piatto, non solo perché non ci sono più le gerarchie fra le nazioni, ma è piatto perché non c’è più nessuna gerarchia sociale che metta la politica al vertice. Con una inevitabile contraddizione. La politica presenta se stessa, necessariamente, come vertice, come sintesi, come guida, come stanza di compensazione di ogni opzione. Ma in realtà si trova senza una missione condivisa, senza un riconoscimento simbolico, pur continuando ad allargare la sfera delle sue competenze e del suo potere gestionale sulle risorse di tutti.

In questa complessa panoramica assumono un valore inedito i territori. Non che questi possano compensare le debolezze e le disgregazioni che sempre più profondamente incidono sulla credibilità della politica. Tuttavia, il solo fatto di “poggiare” su una dimensione solida e in qualche modo riconoscibile cioè il territorio, introduce nello schema una variabile che può risultare utile a sostenere quel processo di ricomposizione oggi essenziale. Il problema è che un territorio, per assolvere a questa delicata funzione, deve avere un’identità e non basta uno spazio fisico antropizzato per produrla. Quel che ci vuole è una cultura collettiva che sappia far crescere e incorporare valori, linguaggi e interessi sufficientemente alti e condivisi. Quindi la produzione di cultura collettiva, e del capitale sociale in cui si incorpora, è la strada obbligata per far crescere l’identità territoriale. Un’identità che non risolve i problemi più ampi di disgregazione oggi in atto, ma che è un primo passo per riconnettere la politica alla capacità di rispondere agli interessi collettivi, grandi o piccoli che siano.

Ugo Rossi

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Commenti (2)

  • Ornella - Rovereto

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    I politici dovrebbero dare il buon esempio… mentre a cominciare dai vertici dei governi nazionali (il signor B…) degli ultimi anni così non è stato . Spesso i politici sono lo specchio fedele del Paese che li ha eletti e purtroppo temo che in Italia sia proprio così… fenomeni come i cinque stelle mostrano però che la domanda di partecipazione alla vita politica del popolo non si è esaurita…anzi… poi certo, spesso buoni territori esprimono buoni politici , anche perchè a livello locale possiamo ancora scegliere la persona prima dello schieramento a cui appartiene….

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  • Marco Costa

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    La politica ha dato un pessimo esempio negli ultimi anni, tra illegalità, connivenze, sprechi, arroganza, privilegi. L’eliminazione delle preferenze a livello nazionale ha poi ha tolto ai cittadini la possibilità di esercitare un reale controllo sugli eletti in Parlamento, che ora rendono conto ai segretari di partito, e non più agli elettori. Si chiedono ai cittadini sforzi e sacrifici…perchè i cittadini non possono chiedere lo stesso alla loro classe politica, affinchè dimostri onestà intellettuale e rinunci a qualche privilegio? I contribuenti vogliono i fatti…di parole ce ne sono state fin troppe… Cordialità, Marco

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