Elezioni 2018


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La novità di Matteo Renzi

Negli ultimi anni la sinistra ha messo in moto meccanismi innovatori nel rapporto tra società e politica. Il caso più eclatante è quello di Matteo Renzi. Esemplare è stata la sua esperienza nelle primarie per il Comune di Firenze nel 2009. In quell’occasione la sua candidatura si è contrapposta a quelle che erano espressione delle varie correnti interne al Partito Democratico. Renzi ha ampliato un gioco destinato a restare altrimenti a somma zero: cioè la corsa a conquistare non solo i voti degli iscritti al Pd, ma ad allargare la partecipazione a tutto il popolo che si fosse ritrovato concorde rispetto una strategia di cambiamento.

L’impostazione era totalmente nuova: c’era un candidato leader (nella dimensione comunale), il cui programma era esattamente descritto (“100 punti per Firenze”) e che prendeva anima proprio dalla personalità del candidato. La politica veniva concentrata in due sole grandi questioni: cosa fare di e per Firenze e chi lo poteva fare. Attorno alla candidatura si è originato un movimento, che si è aggregato spontaneamente e si è auto-organizzato intorno alle elezioni primarie. Gli strumenti erano nuovi: una comunicazione diretta attraverso facebook (allora ai primi utilizzi in politica), un riconoscersi da parte degli elettori nel candidato e nel programma e nella loro totale coerenza. Il candidato era egli stesso un programma e il programma richiamava uno specifico leader, visto che si trattava di innovare, non di conservare lo status quo. Non siamo più all’antica distinzione tra il candidato e il programma, come se le due cose potessero stare separate, ma nella modernità del leader che è tale perché ha una sua visione e su quella cerca rispecchiamento e condivisione.

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La crisi della partecipazione politica

Nel secondo dopoguerra, era evidente a tutti che attraverso la partecipazione alla vita politica, oltre che attraverso le elezioni, si formava il destino del Paese. Allo stesso modo era evidente che le politiche economiche, quelle sociali, insomma le scelte collettive passavano attraverso le decisioni dei partiti politici, che non erano entità lontane, sconosciute, incomprese, ma vive, partecipate e vicine. In più c’era la democrazia interna ai partiti. Quella comunista osservava leggi e procedure opposte a quella democristiana e socialista, ma comunque si trattava di meccanismi comprensibili e che, soprattutto, coinvolgevano nel loro funzionamento milioni di persone. Cos’è che ha portato alla situazione di oggi, con partiti attenti al potere e disattenti alla gente?

Naturalmente la disaffezione del pubblico verso la politica è dovuta a molte ragioni, di cui la prima è certamente la vicenda di Tangentopoli e poi la ininterrotta catena di scandali che hanno segnato tutti gli anni più recenti. C’è però un’altra ragione: via via che il reddito delle famiglie è cresciuto, via via che l’economia si è consolidata, via via che la patrimonializzazione delle famiglie si è fatta più importante, via via che l’offerta del welfare (previdenza, istruzione, sanità) è diventata disponibile a prezzi molto bassi e si è rivelata insufficiente o insoddisfacente, le speranze che la collettività nel suo insieme e ogni famiglia singolarmente riponeva nella politica, sono andate decrescendo a un ritmo costante.

Ad esempio, oggi è assai diffusa la convinzione che nessuna riforma porterà davvero a un miglioramento dell’istruzione universitaria e che sia preferibile finanziare periodi di studio all’estero con soldi privati. Lo stesso si sta verificano con le assicurazioni sanitarie, che si sono aggiunte alla sanità pubblica, la quale di per sé non è in grado di rispondere in maniera veloce, soddisfacente, esauriente alla crescente domanda delle famiglie.

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Ripartire dai territori

Per ricostruire l’Italia non si può che partire dai territori, dalla loro vitalità e dalla loro responsabilità. Dobbiamo sgombrare il terreno da un possibile equivoco: quello di far coincidere la realtà dei territori con l’assetto istituzionale delle regioni. I territori hanno fatto l’Italia, hanno creato tanti nuclei propulsivi che insieme hanno dato forza al nostro passato e che potranno dar forza al nostro futuro. Ma non sempre le istituzioni regionali hanno fatto altrettanto, diventando non uno stimolo ma un freno alla volontà di crescere. Il rischio che corriamo oggi è quello di equivocare i termini della questione: che a “regioni inadeguate” debbano necessariamente corrispondere “territori inadeguati”.

Non è così e per far ripartire l’Italia è necessario evitare questo equivoco puntando a un assetto regionale che sia di traino, e non di freno, alla nostra ricchezza più grande: la varietà e la bellezza delle nostre regioni intese come comunità territoriali e non come apparati burocratici. Cavalcare l’onda di un improbabile neocentralismo giustificato da esigenze di risparmio e di moralizzazione sembra oggi una via più facile, più naturale, e percepita da vasti strati di opinione pubblica come “necessaria”. Bisogna tuttavia essere consapevoli che si tratta di una via di corto respiro e che, come per tutte le soluzioni semplicistiche e scarsamente meditate, rischia di mancare l’obiettivo e di ingenerare altri e più gravi problemi. Va pertanto abbandonata in fretta l’idea di uno stato totalizzante che interviene direttamente e in maniera uniforme su questioni locali senza tener conto che la reattività del Paese nasce dal basso e non dall’alto. Solo su questo presupposto si può immaginare il necessario e innovativo rilancio del regionalismo italiano e della sua evoluzione.

Un percorso complesso, carico di opportunità, ma anche di molti pregiudizi. Quindi, parlarne è d’obbligo e lo dobbiamo fare soprattutto ascoltando la voce delle periferie. La voce di quelle periferie che si riconoscono nell’unità del Paese, ma non nel centralismo, nella presunzione che da Roma sia possibile cogliere e interpretare la molteplicità di anime e di paesaggi che ci rende ricchi e irripetibili.

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