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IL CORPORATIVISMO CONTRO IL CAMBIAMENTO

Fino a qualche decennio fa la relazione tra rappresentanza degli interessi economici e mondo politico era lineare: l’imprenditore trasmetteva le sue istanze alla categoria di appartenenza. Quest’ultima le mediava, spesso le confrontava con le altre categorie, e infine il tutto arrivava al mondo politico. Oggi il ruolo delle categorie è fortemente ridimensionato e con sempre maggior frequenza l’imprenditore trasmette le sue istanze alla politica o direttamente, o indirettamente attraverso i mezzi di comunicazione di massa.

Nelle città medioevali e poi rinascimentali, per salvaguardare le arti e i mestieri nacquero le corporazioni cittadine, volte sia a mettere in risalto l’orgoglio d’appartenenza alla categoria, sia a difendere la professione dal suo depauperamento per eccesso di offerta. Nel corso del tempo la funzione mediatrice delle corporazioni si è allargata anche a molti altri ambiti, perfino dove non c’era una competenza specifica da salvaguardare e forse neppure un particolare orgoglio da affermare.

Oggi tutto questo si è ulteriormente complicato per due ragioni. Innanzitutto perché si è allentata la connessione, una volta stringente, tra studio e professione. Si studia architettura e si fa comunicazione; si studia giurisprudenza e si fa il dirigente pubblico; si studia filosofia e si lavora nel web marketing. Quando le competenze formative e le caratteristiche del lavoro sono così labili, la difesa di una professione è molto più difficile e talvolta impossibile. A ciò si aggiunga che l’appartenenza a una categoria o all’altra non è più delimitata da confini fissi, né per quel che riguarda il rapporto tra settori economici (non è raro trovare imprese terziarie nell’industria o viceversa), né per quel che riguarda le dimensioni dell’impresa (la piccola o grande dimensione non è un fattore discriminante nella scelta della categoria di appartenenza). Uno sfrangiamento complessivo che ha allentato la capacità di interpretare in modo autorevole e compatto le istanze delle basi associative di riferimento.

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Il ritorno al centro: un’illusione fuorviante

Dobbiamo essere realisti: il ritorno al “centro” è nelle corde del dibattito politico, nei passi conclusivi della riforma della Costituzione, nelle scelte di un Governo sempre più invasivo nei confronti delle autonomie locali. Una giusta autocritica dei mali del regionalismo e del localismo è doverosa, ma questo non vuol dire che la soluzione sia automaticamente addensare i poteri in capo allo Stato. Quindi è necessario chiedersi se la strada imboccata sia quella giusta, oppure se rappresenti l’ennesimo tentativo di superare i problemi del Paese ignorandoli, se non addirittura aggravandoli.

L’Italia non è tutta uguale e non si può usare un metro unico per situazioni profondamente diverse, pensando che ciò non renda dirompente una governance di sistema già difficile e contradditoria. Questo significa non cedere alle tentazioni semplificatorie che inducono a restringere il campo e a scegliere la via più comoda, immaginando di poter bypassare la complessità e l’inafferrabilità del Paese reale attraverso la verticalizzazione dei poteri statuali. Negli ultimi quarant’anni abbiamo assistito ad un andamento pendolare che ha visto prima prevalere un’idea di Nazione compatta, dove Roma decideva e provvedeva, o almeno si illudeva di farlo, a tutto. Poi l’ubriacatura federalista che aveva posto tutto in capo alle Regioni, pensando che solo dal basso fosse possibile risanare Istituzioni e bilanci pubblici. Oggi, sotto il pressing congiunto del debito pubblico e del mal esempio di molte Amministrazioni regionali, è riemersa potente la convinzione che solo il ritorno al “centro” possa risolvere le gravi e pressanti questioni con cui dobbiamo saperci misurare.

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La centralità della scuola nella mobilità sociale

La mobilità sociale è un motore che deve funzionare non solo quando le società sono “ricche”, ma anche quando sono “povere”. Senza la possibilità, la speranza e l’opportunità della promozione sociale, una collettività muore interiormente. E oggi l’Italia, accanto a una crisi generalizzata, testimoniata dalla caduta della ricchezza reale, è bloccata anche nella mobilità sociale. Sempre più gli avvocati sono figli di avvocati, gli architetti di architetti, i farmacisti di farmacisti, e sempre più i figli rimangono, nel bene e nel male, nell’alveo tracciato dalla famiglia. Questa situazione, di conseguenza, non crea difficoltà per chi si colloca nelle fasce più alte, mentre è problematica per chi sta in quelle medie e medio-basse.

Il concetto di mobilità sociale è molto diverso da quello di ugualitarismo sociale. Non si può affermare di essere tutti uguali, se uguali non siamo: è un tratto di “natura” innegabile. Ciò che conta è garantire l’eguaglianza delle opportunità. Ogni persona deve avere la possibilità di esprimere al meglio le proprie capacità, senza vincoli o barriere che derivino dal suo status sociale o economico. Quindi, non uguaglianza dei punti d’arrivo, ma dei punti di partenza, di quelle che nel linguaggio corrente sono definite come “pari opportunità”. Un concetto ormai consolidato nel nostro modo di vedere e di pensare, ma che nei fatti non garantisce che ciascuno abbia la possibilità, tramite i propri talenti, le proprie competenze e motivazioni, di arrivare a un miglioramento concreto e soddisfacente della propria condizione.

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Perché reinvestire nella famiglia

La famiglia, e i suoi significati affettivi e solidali, è un cardine primario della nostra identità nazionale. Significati che rimangono forti nel “sentire collettivo”, ma che mostrano preoccupanti segni di cedimento se guardiamo ai numeri. Si sono spese molte parole, analisi, studi sulla secolarizzazione della società occidentale e di quella italiana in particolare, e non c’è bisogno di ripercorrere quelle analisi e valutazioni. Qui si vuole fare un’altra operazione: valutare come nel corso del tempo si sia indebolita la famiglia proprio come elemento fondante dell’identità italiana.

Alcuni dati statistici sono necessari, non tanto per descrivere un percorso che è nella mente di tutti, ma per sottolineare la velocità con cui è avvenuto e l’intensità che ha fatto registrare. Forse il dato più impressionante, al di là di ogni valutazione ideologica sul valore della famiglia e del matrimonio, è la crescita esponenziale del modello opposto alla famiglia, cioè il numero delle persone sole. Nel 1983 coloro che dal punto di vista statistico erano classificati come “persone sole non vedove” rappresentavano il 5,3 % della popolazione nazionale; in meno di dieci anni, nel 1990, sono quasi raddoppiati, arrivando al 9,3 %. E sono andati poi crescendo fino a raggiungere la cifra del 16,2 % nel 2009. Oggi, alle soglie del 2015, se la tendenza dovesse permanere quella degli ultimi anni, avremmo circa un italiano su cinque che vive da solo. Un dato incredibile in un Paese che ha fatto delle famiglie larghe quasi la sua connotazione identitaria. L’indebolimento della famiglia perciò avviene non tanto sul piano ideologico; certamente anche su quello, ma con dinamiche che rendono sempre più difficile la convivenza di più persone sotto lo stesso tetto.

Una domanda sorge inevitabile: è possibile, ha un senso, credere ancora nella famiglia? Partiamo da una constatazione: gli Italiani hanno una cultura collettiva che, al di là di quel che dicono le statistiche, mette al centro la famiglia. È vero che sul piano materiale la famiglia si sta indebolendo, ma sul piano ideale, cioè dei riferimenti culturali e valoriali, tiene e tiene molto bene, pur con tutte le ipocrisie e gli adattamenti che ciascuno opera “in proprio”. Questo perché la famiglia si configura come qualcosa di connaturato con lo sviluppo dell’individuo. Non c’è sviluppo della persona né dell’individuo se non c’è famiglia. Se ci pensiamo, la famiglia è la realtà nella quale ciascuno di noi conosce l’affettività e le relazioni tra le persone. È il luogo nel quale si conosce anche la differenza fra i sessi e nel quale si affrontano i primi conflitti: ognuno di noi all’interno delle proprie famiglie, chi più chi meno, li ha vissuti. È il luogo dove si sviluppano i sentimenti, ma dove soprattutto si sperimentano in maniera molto chiara, senza doverli declinare più di tanto, i doveri e i diritti, a partire dalla solidarietà, che nella famiglia si impara e viene messa in pratica quotidianamente.

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