KJ2 uccisa. Parla Rossi «Indignato per gli insulti»

La voce di Ugo Rossi tradisce serenità. Come se lo sparo che sabato sera ha posto fine all’esistenza di KJ2 avesse chiuso un capitolo terribilmente complicato da gestire. Il presidente della Provincia è sollevato, e delle minacce di ogni tipo, dalle denunce penali alle manifestazioni di piazza al boicottaggio dei prodotti made in Trentino, letteralmente sorride. Ieri, Rossi ha passato la vigilia di Ferragosto tra un’intervista e l’altra, perché il «caso» KJ2 è diventato una questione nazionale e oltre (prima notizia rilanciata dalla Bbc). Presidente Rossi, che contatti ha avuto con il ministro dell’ambiente Galletti?

«Lo avevo avvisato dell’ordinanza emessa, in occasione del Consiglio dei ministri sulla norma di attuazione in materia di lavori pubblici. Gli avevo detto che l’ordinanza riprendeva quella precedente, che non aveva avuto corso per la difficoltà a catturare e radiocollarare Kj2».

Ma quando lo ha avvisato dell’abbattimento?

«Il ministro è stata la prima autorità che ho avvertito. L’ho chiamato domenica mattina alle 8.15. Quando lo chiamo, vede il mio numero e si preoccupa sempre. Prima, ho scherzato: “Ministro, ci sono due opzioni: la chiamo per comunicarle una nuova aggressione o per l’abbattimento…”. Poi, gli ho spiegato l’accaduto».

E la sua reazione?

«Di preoccupazione per le reazioni che ci sarebbero state. Ma pure di rispetto per la scelta fatta da chi si è assunto la responsabilità giuridica dell’abbattimento, nel pieno rispetto della Direttiva Habitat e del decreto attuativo».

Galletti le ha dato garanzie sull’approvazione in Consiglio dei ministri della norma di attuazione che rafforza l’autonoma gestione del progetto orso in capo alla Provincia?

«Chiarisco. In questo caso, la norma di attuazione non c’entra. Quella presa per KJ2 è una decisione che avrebbe potuto prendere un sindaco, per ragioni di sicurezza. L’ha presa il presidente della Provincia, perché l’orso si sposta da un comune all’altro. Quanto alla norma di attuazione, il ministro ha anticipato che darà un suo parere. prima di portarla in approvazione. A noi darebbe modo di applicare la Direttiva Habitat in misura totale, attraverso la rimozione o la cattura, indipendentemente dal pericolo, in caso l’orso si avvicini troppo ai centri abitati».

Aspettative?

«Il ministro deve fare le sue riflessioni di carattere politico, poi ci darà il suo parere. È probabile che ci proponga un testo più blando della norma. Noi abbiamo già tentato la via di interloquire tecnicamente con l’Unione europea. Ma la Ue ci dice che per l’applicazione diretta in Trentino della Direttiva Habitat si deve passare attraverso lo Stato. Se da Roma non ci daranno il via libera, dovremmo muoverci a livello politico in ambito Ue, anche attraverso l’europarlamentare Dorfmann».

Poche speranze dal Governo?

«Il ministro sa che è un tema delicato e tiene un profilo di prudenza: lo posso capire. In ballo non c’è solo la norma di attuazione, per risolvere il problema. In gioco è l’interpretazione della Direttiva Habitat. Dice che l’orso è una specie protetta, ma non lo è più in certe occasioni, che non è una specie protetta a prescindere. E ciò è anche una questione culturale».

L’onorevole Michela Vittora Brambilla, presidente del Movimento animalista, la accusa di «animalicidio».

«Mi piacerebbe andare a vedere di che materiale sono fatte le sue borsette griffate, o le sue scarpe. Francamente, queste persone come la Brambilla che si fanno sentire solo nelle occasioni in cui c’è da gestire una problematicità, fanno sorridere».

Cosa intende dire?

«Che se fossero così amiche degli orsi, si darebbero da fare per convincere il governatore della Liguria, che tra l’altro è di Forza Italia, quello del Piemonte, quello della Lombardia, quello del Veneto e quello del Friuli Venezia Giulia, ognuno per sé, a fare in modo che veramente sulle Alpi ci possano essere orsi dappertutto. Io invito la Brambilla a muoversi in Parlamento. Così, invece che avere 50 orsi in Trentino, ne avremmo 150 sulle Alpi, distribuiti tra le regioni. Ma nessuno di coloro che si stracciano le vesti si muove in questa direzione».

Nessuna preoccupazione per le minacce, allora.

«Nessuna. L’altro giorno, a Storo, hanno eliminato un cinghiale che faceva danni ai campi. La stessa cosa fanno in Toscana, in Emilia… Ma non ho sentito schiere di animalisti parlare di “anime” degli animali. L’orso, evidentemente, evoca una tenerezza che tutti associamo ai nostri orsi di peluche. Del cinghiale, del tasso o della martora nessuno si preoccupa. Invito tutti gli animalisti a fare una petizione al ministro e ai governatori, e ad aiutarci a fare in modo che questo bellissimo progetto venga gestito su tutta l’area delle Alpi. Così, poi, Maroni e Calderoli si metteranno d’accordo: non so quanto Maroni sarebbe d’accordo se proponessi a Calderoli di mettere qualche orso nel Varesotto. Ripeto: ho preso una decisione in scienza, coscienza e col buon senso. La coscienza dice che prima vengono le persone, poi gli animali. E vedere dietro le sbarre un animale selvaggio abituato a fare decine di km ogni giorno, mi interroga su quale sia la crudeltà più grande. Certo, se lo consideriamo un orsetto di peluche …»

Presidente, perché tutta questa riservatezza sul luogo e le modalità di abbattimento di KJ2?

«È accaduto tra il Cornetto e Cima Verde, versante Valle dei Laghi, sotto il Doss d’Abramo. Ma non serve dire altro. Perché non serve andare a metterci una croce. Poi, lei sa bene che in Trentino non si tiene nascosto nulla: mica siamo in Venezuela! E non vogliamo mettere in difficoltà i ragazzi della forestale che si sono fatti un mazzo in queste settimane, e sabato sera hanno agito con le lacrime agli occhi».

Intervista al quotidiano l’Adige del 15/08/2017

Incontro dell’11 aprile al Muse tra Rossi e Kompatscher

Il confronto, organizzato dal quotidiano l’Adige e moderato dal direttore Giovannetti, tra i presidenti di Trentino e Sudtirolo

Giovannetti: Vorrei innanzitutto anticiparvi alcuni dei punti sui quali verterà la nostra discussione assieme al Presidente Rossi ed al Landeshauptmann Kompatscher. Tra Sudtirolo e Trentino ultimamente sembra esserci un deciso cambiamento di relazioni: dopo anni di separazione – ricordiamo i tempi del ‘Los von Trient’ – con Dellai e Durnwalder si è ripreso un clima di collaborazione, sia pure in un contesto di forte competizione tra i due territori, ed oggi sembra prevalere la voglia di collaborare assieme, anche grazie a nuovi sviluppi politici. Lo stesso Kompatscher ha affermato che “la nostra autodeterminazione è la nostra autonomia, e nessuno in Sudtirolo mette in discussione l’autonomia del Trentino.”

Un secondo elemento rilevante è il cambiamento di contesto: dopo anni di risorse abbondanti ora Roma ci chiede una maggiore compartecipazione al risanamento del debito nazionale. Fino al 2011 il nostro territorio ha beneficiato di una elevata percentuale di risorse (i famosi 9/10 del gettito fiscale prodotto in Trentino) mentre oggi, dopo vari negoziati, questa percentuale si è ridotta a circa 7,5/10. Inoltre le risorse pubbliche a nostra disposizione sono strettamente dipendenti dalla ricchezza prodotta dal territorio, dal Pil, quindi le scelte politiche in tema di crescita sono oggi più che mai determinanti.

Il contesto economico dei due territori mostra rilevanti differenze, ed il Sudtirolo beneficia di ritmi di crescita superiori rispetto al Trentino. Basta considerare alcuni indicatori: il Pil pro capite in Sudtirolo è pari a 41mila euro, in Trentino a 34mila, la disoccupazione è al 3,4% mentre da noi si attesta al 6,4%, la disoccupazione giovanile è all’1,2% mentre da noi arriva al 2,7% ed infine l’export dell’Alto Adige raggiunge i 4,4 miliardi di euro mentre in Trentino si ferma a 3,4 miliardi.

Infine, l’Alto Adige ha ulteriore elemento di forza: la stabilità politica della SVP, un partito quasi “postmoderno” che è stato un elemento di certezza, una garanzia di continuità di fronte alla globalizzazione, e non c’è stato quel movimento di disgregazione del quadro politico che forse abbiamo avuto qui in Trentino come riflesso delle vicende del governo nazionale.

Questo è il quadro complessivo sul quale impostiamo il confronto di oggi. Vediamo i nostri interlocutori. Arno Kompatscher, 46 anni, sposato con 7 figli, durante il servizio militare ha fatto l’alpino, è laureato in giurisprudenza, è stato sindaco del suo paese e da molti punti di vista è un outsider, una novità della politica che però, quando si è presentato alle primarie della SVP, ha letteralmente sbaragliato i suoi due concorrenti. Ugo Rossi, 54 anni, sposato con un figlio, è originario della Val di Sole, è laureato in giurisprudenza, ha svolto il suo impegno politico nel PATT del quale è anche stato segretario, ed ha ricoperto l’incarico di assessore alla sanità nella scorsa legislatura. È anche lui una novità dal momento che il partito politico predestinato alla guida del governo provinciale sembrava essere il PD, ma l’allora presidente Pacher si è ritirato e Rossi ha vinto le primarie. Veniamo alla prima domanda: stanti queste premesse, e stante una competizione sempre maggiore tra territori, in un nuovo contesto di ostilità verso l’autonomia nel resto del Paese, quali sono le vostre priorità per i prossimi 10 anni e quali sono le vostre ricette per garantire benessere a questi territori, con minori risorse?

Kompatscher: Più che di competizione, io parlerei di una collaborazione che caratterizza i rapporti tra Trento e Bolzano e quelli tra noi presidenti, in una stagione politica che vede un quadro molto complesso a livello nazionale ed europeo. Una sana competizione c’è sempre, ma è per l’appunto sana, noi guardiamo al Trentino per vedere cosa funziona bene, e a volte cerchiamo di fare meglio, e lo stesso fa il Trentino con noi.

L’ostilità a livello nazionale non è un fatto nuovo, c’è ormai da tanti anni, anche per il fatto che non siamo sempre riusciti a spiegare bene la nostra autonomia e per alcuni è stato facile costruire delle false notizie. Come sappiamo, noi non costiamo nulla allo Stato, anzi contribuiamo, ed in modo importante, al suo risanamento. Dalla difesa Trentino e Sudtirolo devono passare all’attacco, lavorando assieme. Così abbiamo fatto ad inizio legislatura nel patto di garanzia, che è il risultato di un’ottima cooperazione ed esprime la nostra autonomia nel senso più corretto, come sinonimo di solidarietà e responsabilità e delineando un rapporto chiaro con lo Stato centrale, con dei parametri molto ben definiti per quanto riguarda la nostra compartecipazione. Noi oggi, grazie all’autonomia, riusciamo a contribuire al risanamento del debito pubblico ed al contempo a creare ricchezza su territori un tempo poverissimi. La priorità ora è spiegare l’autonomia anche ai nostri cittadini. Dopo le sentenze non positive della Corte Costituzionale del 2001, tramite le norme di attuazione siamo riusciti a recuperare: l’autonomia non è qualcosa di fine a se stesso, ma giova al sistema generale, e questo deve essere spiegato meglio.

Rossi: Vorrei innanzitutto spendere due parole per descrivere il contesto attuale, partendo dal prologo del direttore Giovannetti. In passato eravamo abituati ad avere dei sovra-bonus rispetto a ciò che ci spettava. Già prima del patto di garanzia questa situazione si era però modificata: sin dal patto di Milano infatti questi sovra-bonus non esistevano più. Il nostro modo di utilizzare le risorse si è a lungo basato su scelte di molto tempo fa: eravamo abituati – anche per l’eredità culturale che abbiamo ricevuto nella pubblica amministrazione – a contare su risorse maggiori rispetto all’effettivo fabbisogno. Per evidenziare la differenza basti pensare che nella precedente legislatura i fondi di riserva a disposizione del presidente erano 100 milioni, all’inizio di questa legislatura erano invece 30 milioni. In merito all’ostilità verso l’autonomia, finché a livello nazionale la spesa pubblica (e con essa il debito pubblico) era crescente, nessuno si lamentava, quando però la situazione è divenuta insostenibile, le invidie sono divenute ostilità. Dall’abitudine ad avere delle risorse superiori rispetto ai fabbisogni dobbiamo ora fare un cambiamento culturale, improntato alla sobrietà, potendo contare su risorse che, al massimo, pareggiano dei bisogni che sono oltretutto in continuo aumento.

Certo, c’è il tema della crescita, e a tal fine ho chiesto alcune precisazioni alla nostra ragioneria: l’aumento di un punto percentuale di Pil (che è un aumento di tutto rispetto) corrisponde a circa 40 milioni di entrate in più. Ovviamente non sono pochi, ma non risolvono da soli tutti i nostri problemi, dunque la discussione non va incentrata solamente sulla crescita, per quanto questa sia ovviamente importante. Nelle ultime due legislature è stata fatta una quota di debito rilevante, assolutamente sotto controllo e sostenibile, che alimenta degli investimenti reali per la tutela dello sviluppo socio-economico, del tutto normale in un contesto come il nostro nel quale non disponiamo della leva fiscale, dal momento che contiamo su una finanza derivata ma gestiamo le competenze di un piccolo Stato. Dobbiamo insomma passare da una fase di utilizzo delle risorse alla definizione di una scala di priorità, anche a costo di impopolarità, pensando anche a chi verrà dopo di noi, sviluppando maggiormente degli asset fondamentali come ad esempio il capitale umano, investendo su scuola, formazione ed università.

Se in Alto Adige esportano molto più di noi è perché hanno due mercati di riferimento e parlano due lingue; noi invece scontiamo decenni di ritardo sul tema delle lingue: in passato abbiamo abbandonato lo studio del tedesco che oggi si dimostra un investimento non solo strategico ma anche prioritario, se vogliamo avere una vocazione globale e delle proficue relazioni con gli altri mercati. L’Alto Adige investe molto sulle relazioni con l’estero, a tutti i livelli, mentre qui in Trentino la prima cosa che ci si chiede è quanto questo costi.

Infine, per quanto riguarda il territorio e la sostenibilità, dobbiamo immaginare il Trentino tra 10 anni come un luogo nel quale ci muoveremo in modo diverso. C’è quindi il grande tema delle auto elettriche, della mobilità sostenibile, magari anche della chiusura di alcuni luoghi al traffico delle auto, della riqualificazione energetica degli edifici, della cura e della manutenzione del territorio.

Giovannetti: Pensando al vostro territorio, nella vostra visione di sviluppo quali sono le scelte strategiche più importanti che devono essere fatte?

Kompatscher: Per quanto riguarda il quadro economico sociale, una scelta molto importante è già stata fatta tra gli anni ’70 ed ’80, con delle politiche di tutela del mondo rurale, portando le infrastrutture, l’acqua potabile, l’elettricità e le strade nelle periferie; grazie a ciò la gente ha voluto e potuto restare sul posto e costruirvi le proprie attività agrituristiche o artigianali, coniugando lavoro e famiglia. Oggi noi dobbiamo portarvi delle infrastrutture ‘culturali’, per rendere più ricca la loro vita sociale: biblioteche, associazioni culturali, nidi d’infanzia. L’urbanizzazione è una grande sfida: la maggior parte delle persone che vivono su questa terra vivono in città, addirittura si stima che nel 2050 circa l’80% delle persone del pianeta vivranno nelle metropoli. È un trend che va affrontato e contrastato, perché la qualità di vita dipende anche dal fatto se le persone restano nelle valli, nelle periferie, nei piccoli borghi, anche grazie all’uso delle nuove tecnologie.

Giovannetti: E come avete fatto a preparare culturalmente i sudtirolesi ad una minore spesa?

Kompatscher: Chi ha detto che siamo riusciti a farlo? Avevamo la tradizione dei contributi a pioggia, in cui c’era poco ma distribuito tra tutti. E così tutti si lamentavano della burocrazia ed al contempo pensavano a come ottenere contributi presentando molteplici domande. Un tema analogo è quello dei contributi all’economia, con svariati contributi a tutti gli imprenditori che coprano qualsivoglia loro necessità. Io ho detto no: ho voluto ridurre la pressione fiscale, l’Irap e l’imposta sugli immobili strumentali, nella convinzione che questi siano i migliori contributi che si possano dare ad una azienda.

Giovannetti: Stessa domanda al presidente Rossi: in questo anno e mezzo di legislatura quali sono le scelte prioritarie? Quali sono i temi forti che la coalizione deve porsi?

Rossi: Mentre ascoltavo il presidente Kompatscher mi dicevo che è necessario fare una riflessione non su numeri teorici ma sul modello organizzativo complessivo. Sul tema dei contributi a pioggia anche noi abbiamo fatto un’operazione radicale di cambiamento e senza leaseback. Se consideriamo la ex-Whirlpool sono stati ricollocati 180 lavoratori nella nuova Vetri Speciali con un investimento del tutto privato. C’è qui con noi l’assessore Dallapiccola, che può testimoniare che a proposito di impianti di risalita e di infrastrutture per la mobilità turistica abbiamo puntato al risultato anche a prezzo di impopolarità. Consideriamo il Primiero: avevano una visione ma non riuscivano a vendere il prodotto, ora la situazione si è ribaltata in positivo. L’assessore Daldoss in questo periodo gira il territorio per condividere con gli attori locali del Trentino come utilizzare le risorse comuni di avanzo di amministrazione. Rispetto al passato, dove c’era una lista della spesa infinita e tanti fondi di riserva, oggi c’è maggiore sobrietà e maggiore coinvolgimento dei privati. Per quanto concerne i dipendenti pubblici questa è la prima legislatura nella quale calano. Un’altra priorità resta quella di fare più sistema: dobbiamo smettere di piangerci addosso, non tutto si riduce ad una divisione politica. Se vogliamo progettare il nostro futuro c’è già uno strumento straordinario: l’autonomia, e vale sia per la maggioranza che per l’opposizione. Se vogliamo avere delle imprese competitive esse devono credere nel capitale umano e nell’investimento che dovranno fare in formazione. Imprese, scuole ed università devono saper lavorare assieme. Fare sistema è anche un modo di valorizzare la duplice storia ed identità del Trentino: siamo in parte sia tedeschi che italiani, Siamo il lato italiano delle Alpi, ed il mio sogno è che un giorno gli alpini e gli Schutzen possano festeggiare le loro ricorrenze assieme.

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“Io, Arno e l’autonomia”

Il presidente trentino Ugo Rossi a cuore aperto

Intervista del direttore Alberto Faustini pubblicata sul quotidiano “Trentino” del 10 aprile 2017

TRENTO. Mi chiedevo dove fosse sparito il presidente Rossi. È stato malato, certo. Ma la sua assenza s’è notata. Assenza pesante, insomma. C’era un unico modo per saperne di più. Incontrarlo. Per parlare di lui, del suo rapporto con il presidente altoatesino Kompatscher, di autonomia del futuro, di Provincia, di Regione, della delusione di Amatrice, del Patt e di molto altro. Presidente, dov’è sparito?

Non sono sparito. Sono stato malato 15 giorni. Ora sto bene. Mi sono rimesso in sella. Da ogni punto di vista, considerato che ho anche ripreso in mano la bicicletta e che ho fatto persino lo Stelvio. Se non ci si cura, bisogna fermarsi.

Stelvio inteso come metafora politica delle vette che deve scalare in questa stagione complicata?

No, no. L’ho fatto proprio in bici: per rimettermi in forma.

Parliamo subito di Amatrice.

Puntare sulla scuola – mi dice il governatore trentino con un sorriso a denti stretti – rende così bene, in termini di immagine, che la Ferrari ci ha imitato. Siamo un po’ sorpresi e anche sconcertati. Con i problemi che ci sono ad Amatrice la scuola che abbiamo costruito, una struttura che avrebbe potuto reggere 15 anni, poteva restare. Anche se la Ferrari realizzerà una scuola molto più grande che attirerà anche gli studenti di altre zone. L’idea, come mi ha detto il commissario per la ricostruzione Errani, è comunque quella di riutilizzare quella struttura altrove.

Il messaggio è però molto brutto.

A Errani abbiamo manifestato tutto il nostro disagio. In un altro contesto forse avrebbero preso decisioni diverse disponendo dei 7 milioni della Ferrari. Cercheremo di metterla in positivo.

E adesso?

Stiamo lavorando a Camerino insieme all’Alto Adige e al Tirolo, come Euregio, per rimettere in piedi l’Università. Un grande investimento, anche in termini culturali: perché la scuola e l’università lanciano messaggi di grandi speranza.

A proposito di “investimenti”: il suo Patt sembra passato dall’essere una nave ammiraglia ad una scialuppa di salvataggio.

Sono nel Patt da ormai una quindicina d’anni. Ho fatto tutta la trafila. E ho fatto anche una cosa molto importante: ho contribuito a riportalo nell’ambito dell’autonomismo doc, che è quello del rapporto con la Svp. E mi sono impegnato per farlo tornare, da protagonista, nel centrosinistra. Un tempo – continua il presidente trentino Rossi – il Patt era un aggettivo, per la coalizione. Oggi è un sostantivo. E in questi anni i commentatori hanno sempre prefigurato la morte del Patt alla luce delle varie diaspore. Ma il Patt è sempre rimasto vivo, con consensi in continua crescita.

I fuoriusciti non le fanno venire nemmeno l’orticaria?

Faccio loro i migliori auguri. L’ho detto tante volte anche a Walter Kaswalder: se non ti senti in linea col partito, è giusto che tu esprima quello che hai dentro. Ma l’autonomismo di oggi non può rincorrere la demagogia.C’è fra l’altro chi la rincorre meglio, la demagogia. Io rispetto le scelte di chi è uscito. Ma sono certo che questo tipo di avventure non abbiano un futuro. Il tema è un altro.

Quale?

Come intercettare ancora, attraverso lo strumento dei partiti, non tanto le esigenze delle persone, che si intercettano amministrando e dando risposte ai cittadini ogni giorno, quanto il senso di appartenenza ad un destino comune dell’autonomia. Questa difficoltà riguarda tutti. Partiti e cittadini. Perché tutti dobbiamo ritrovare questo senso d’appartenenza e capire il valore dell’autonomia.

Ma come sta, vista dal ponte di comando del Trentino, l’autonomia?

Ha davanti una grande occasione. Quella di aver imparato, in questa legislatura, che si può comunque fare, anche senza esagerare nella spesa. Questa abitudine alla sobrietà e a non poter contare su risorse infinite è chiara a molti, anche fra gli amministratori locali.

Mi sta dicendo che i sindaci non arrivano più in Provincia con il cappello in mano?

Una cosa è certa: non s’aspettano più che la Provincia faccia tutto. La crisi ci consegna questo fatto positivo. Dal punto di vista della percezione esterna, credo che dobbiamo invece evitare di fare i primi della classe. Spesso ci poniamo come tali, propagandando ciò che facciamo di buono. Ma passa solo l’idea che tutto questo si possa fare perché abbiamo più risorse e quando ci mettiamo a dare spiegazioni – che vanno date, intendiamoci – finiamo con l’alimentare lo scetticismo. Dobbiamo invece impostare un’operazione simpatia.

Come?E ne avete parlato anche con i “cugini” di Bolzano?

Sì, il tema riguarda anche Bolzano. Dobbiamo allacciare relazioni nazionali e internazionali, anche di alto livello. Io ci ho provato. Ma ho avvertito un po’ di provincialismo.

Mi faccia un esempio di provincialismo.

Il centro studi sull’autonomia poteva essere una risposta. È stato concepito come struttura in grado lavorare in tempo reale per promuovere l’autonomia e per affrontare le difficoltà che l’autonomia ha nella percezione esterna: dei media, delle altre istituzioni, del comune sentire. Si temeva il solito carrozzone. L’operazione era ben diversa, ma non è stata capita. Penso poi all’internazionalizzazione: contrariamente a Bolzano, che ha indubbiamente anche il vantaggio delle due lingue, facciamo spesso fatica a portare fuori un’immagine ben definita dell’autonomia. Stiamo lavorando su quella che i tecnici chiamano la “brandizzazione”, sul nostro modo di presentarci all’esterno. Si deve cogliere che accanto alla parola autonomia c’è un sistema. Ma c’è ancora molto da fare. Noi trentini siamo un po’ brontoloni. Dobbiamo però essere consapevoli di ciò che abbiamo, trasmettendo anche all’esterno ottimismo. Il turismo va bene. L’impresa, al netto di un’edilizia che era sovradimensionata, è ripartita.

Ma non siete più simpatici.

Guardi, le proposte di abolizione delle autonomie ci sono sempre state.Ma sono cambiati i tempi. Quando la spesa pubblica cresceva per tutti, andava bene a tutti. Poi, in particolare con il governo Monti, sono arrivati i tagli e io e Kompatscher abbiamo portato a casa le clausole di salvaguardia.Un grande risultato, perché noi non siamo stati toccati sotto il profilo formale, ma il clima è pesante. Ci siamo anche impegnati per cambiare il clima, ma questi temi vanno portati e affrontati fuori dal Trentino. I nostri parlamentari devono aiutarci in modo diverso, contribuendo alla costruzione di un’idea positiva del federalismo. Serve della sana utopia.

La Svp e gli altoatesini sono più bravi?

Hanno certamente una delegazione parlamentare compatta che si muove in un certo modo. Ma Bolzano e (soprattutto) Kompatscher hanno capito che conviene anche a loro che ci siaTrento. L’ha detto a chiare lettere anche il presidente Mattarella.

Però sfasciate la Regione.

Ci vuole una logica regionale innovativa. Non possiamo pensare di fare un passo indietro per essere più tutelati dentro una Regione unica. Dobbiamo sfidare l’Alto Adige per cercare, insieme, di essere innovativi sulla Regione. Le faccio qualche esempio: sui trasporti possiamo muoverci e decidere in ambito regionale, sulla previdenza o anche sulla sanità, oltre certi livelli, possiamo impegnarci in ambito regionale. E così sui rapporti con l’Europa e su altri temi che dobbiamo riportare nell’alveo regionale.

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L’imprenditoria trentina deve rinnovarsi

Nel suo editoriale di domenica il direttore Pierangelo Giovanetti propone alcune considerazioni critiche sui rapporti fra Trentino e Alto Adige, che vertono sostanzialmente sui processi di espansione nel nostro territorio di imprese sudtirolesi. Apprezziamo il valore di stimolo delle riflessioni proposte e «accettiamo la sfida», ma in un’ottica un po’ più ampia e diversificata.

Pensiamo si debba oggi andare al di là del confronto statistico e anche di singoli episodi, pur significativo, guardando piuttosto alle opportunità che l’Autonomia può generare, in una dimensione di cooperazione regionale. Sappiamo che di questi tempi non è facile cooperare e fare sistema.

Non è facile cooperare e fare sistema in momento in cui sembra prevalere anche sul piano del confronto politico la logica degli egoismi territoriali e corporativi. Proprio per questo però crediamo che lavorare in squadra, costruire partenariati, «fare sistema» siano, alla lunga, i comportamenti più premianti, in linea del resto con un’attitudine che qui da noi ha radici profonde.

Il tema della dinamicità dei territori, della loro propensione ad investire, ad innovare, anche a rischiare investe oggi sia la dimensione dell’impresa privata sia quella della politica. In Trentino, in particolare, si avverte da tempo l’esigenza di un rinnovamento del tessuto imprenditoriale.

La politica deve accompagnare ed insieme stimolare questo processo, mettendo le imprese nella condizione di liberare le energie e i protagonismi presenti al loro interno, ovvero agendo sulle condizioni di contesto: infrastrutturali e tecnologiche, in primo luogo, ma anche quelle relative agli asset fondamentali del capitale umano, quindi della formazione ad ogni livello, della ricerca & sviluppo e così via. Tenendosi al tempo stesso lontana da ogni tentazione dirigista.

In questo quadro, la mobilità delle imprese, all’interno di un unico distretto territoriale, è un fenomeno di per sé auspicabile, e non va letto attraverso le vecchie «lenti» della sola sottrazione reciproca di valore. È semmai indice di complementarietà, e ci aiuta ad affrontare meglio i processi che la globalizzazione porta con sé. Come trentini il mercato globale non vogliamo né respingerlo né subirlo. Crediamo che per navigare nelle sue acque, spesso agitate, serva apertura e anche disponibilità alla «contaminazione», ma conservando quelle qualità, quell’«impronta», che ci rendono unici e che al tempo stesso ci consentono di fare squadra con coloro che condividono con noi la responsabilità dell’Autonomia.

Il fatto che alcune imprese altoatesine, come quelle citate nell’articolo del direttore, abbiamo deciso di investire in Trentino, rientra in questa visione d’insieme, e testimonia della capacità del nostro territorio di attrarre semmai investimenti in ragione della presenza di condizioni competitive di sviluppo. Anzi, vorremmo aggiungere addirittura qualche bell’esempio. Dr. Schär, azienda con casa madre a Postal, leader mondiale nella produzione di alimenti senza glutine, ad esempio, grazie alle azioni di accompagnamento della Provincia, ha trovato a Borgo Valsugana condizioni più favorevoli di quelle che avrebbe trovato in Germania o nello stesso Alto Adige, mentre Seppi, azienda leader nella meccanica di precisione, per ragioni analoghe ha spostato azienda e sede legale da Caldaro a Mezzolombardo e la stessa Menz&Gasser, storica azienda di Lana e più grande produttore italiano di confetture, marmellate e conserve di frutta, ha reinsediato la sua attività a Novaledo.

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