Al servizio del Trentino. Insieme.

A seguire un sunto del mio intervento all’incontro del 02/02/2018 alla Cantina di Lavis organizzato dal PATT

Sono felice di prendere la parola dopo Federico Samaden, che si definisce un sognatore, visto che io a volte sono stato accusato all’opposto di essere una persona poco visionaria. Voglio innanzitutto ringraziarvi di questa vostra presenza: le mie parole sono quelle di chi ricopre un ruolo di governo ma è assolutamente consapevole che questo è possibile grazie al gruppo che ha organizzato questa serata, persone che hanno affrontato con me, e con grande pazienza, degli anni difficili. Amministrare in questo momento è un lavoro molto complesso, e loro lo hanno sopportato con spirito di squadra e di sacrificio.



Vorrei ringraziare in modo particolare Michele Dallapiccola che fa parte di questa squadra e che è un assessore dei record. Ha infatti saputo far ripartire il settore turistico inanellando un record dopo l’altro: la stagione invernale dello scorso anno era stata la migliore, e la stagione estiva di quest’anno è stata la migliore sino ad oggi. Oltretutto siamo in una cantina sociale: Michele è l’assessore che è riuscito, in un periodo nel quale lo Stato tagliava i fondi per l’agricoltura di montagna, a far rialzare questa quota, in collaborazione con l’assessore della Provincia di Bolzano, andando a parlarne a Bruxelles e portando a casa un risultato per certi versi insperato, anche grazie all’impegno dell’europarlamentare Dorfmann. Infine, Michele è l’assessore che ci stimola sempre più a consumare “Trentino” e a valorizzare i prodotti con il nostro marchio.



Vorrei ringraziare anche Simone Marchiori e tutta la nostra squadra che ci permette di organizzare delle serate con così tante persone, serate basate su una riflessione positiva, con uno stile pacato e serio, nelle quali nessuno parla male di nessuno, e nessuno rivolge accuse agli avversari politici. Abbiamo sinora ascoltato delle persone che con la loro esperienza e passione cercano di fare del loro meglio, anche per coloro che verranno dopo di noi, per le nuove generazioni, e rappresentano un partito nel quale spero che possiamo tutti ritrovarci.



Questa è una serata all’insegna soprattutto della consapevolezza di una parola: autonomia. L’autonomia ha un valore straordinario perché è lo strumento che ci permette di immaginare e realizzare opportunità nuove per i nostri territori e per i nostri figli. Abbiamo naturalmente anche la consapevolezza dei rischi e delle difficoltà che l’autonomia comporta, visto che con essa siamo obbligati a sperimentare e ad affrontare percorsi inediti, che comportano ovviamente dei margini di incertezza: siamo in sostanza spronati a fare le cose per primi, senza aspettare che lo Stato le faccia al nostro posto.



Questo deve riempirci di orgoglio e responsabilità: lo spirito e la vocazione dell’autonomia ci spingono ad essere protagonisti e non spettatori, non solo come singoli ma anche come comunità. Si diffonde infatti al giorno d’oggi la tendenza a dare la responsabilità delle scelte a dei soggetti indefiniti, a Internet o alla Rete, senza sapere poi quanti o chi sono gli effettivi decisori. L’autonomia incarna un sogno collettivo con una precisa dimensione storica, che non si basa su slogan o su prese di posizione estemporanee. È un tentativo di dare senso alla politica coinvolgendo individui, associazioni e corpi intermedi, alternativo alla rigida verticalizzazione dei poteri e delle decisioni. Se l’idea di futuro del popolo è vicina a quei luoghi dove si prendono le decisioni per realizzarlo diventa possibile, per chi governa, sbagliare di meno, e a volte anche cambiare idea, se necessario. I governanti devono essere quanto più possibile illuminati ma non bastano, né bastano i partiti, i pensatoi, i salotti, i media. È necessario un ingrediente fondamentale per l’autonomia: il popolo, al di là delle distinzioni delle contrapposizioni. L’autonomia, per non essere provvisoria, ha bisogno di un’anima diffusa e di una cultura condivisa, perché cammina con la storia. Mi fa un po’ sorridere quando tutti diventano autonomisti in prossimità delle elezioni, ma poi non appena le elezioni finiscono l’autonomia ritorna ad essere soltanto qualcosa che appartiene al passato.



Attraverso gli accordi finanziari che abbiamo sottoscritto con lo Stato abbiamo accettato di non chiamarci fuori dalla sfida della responsabilità e della solidarietà, ma al contempo siamo riusciti ad ottenere qualcosa in cambio: equità nei conti e sicurezza in merito alle risorse disponibili. Bisogna rafforzare il collegamento con Roma, anche grazie all’opera preziosa dei nostri parlamentari, e dobbiamo avere cura dell’importante legame con la Provincia di Bolzano, nonché sviluppare ulteriormente quello con il Tirolo, senza dimenticare che anche a sud, est e ovest vi sono persone che hanno un genuino anelito all’autonomia e questo desiderio deve ricevere la giusta risposta: l’autogoverno può essere utile anche alle regioni a noi vicine.



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Incontro del 2 febbraio alla Cantina di Lavis

Care amiche, cari amici,

venerdì 2 febbraio alle ore 18 presso la Cantina di Lavis vi invito ad un incontro dedicato a chi preferisce una politica “per” anziché “contro”.

Il momento è importante. Siete tutti invitati. Vi aspetto!

Grazie!

Ugo Rossi

LA TERZA VIA DELL’AUTONOMIA E DELL’AUTOGOVERNO

I referendum di domenica sono stati significativi non solo per le regioni che li hanno indetti. E’ vero che le regioni avevano fin dal 2001 la possibilità di chiedere nuove competenze, anche senza un pronunciamento popolare, come sta facendo l’Emilia Romagna. Tuttavia, di per sé è comprensibile che su un tema così importante si voglia anche stimolare la partecipazione dei cittadini, perché l’Autonomia è un percorso collettivo, che chiama in causa le comunità, non solo chi ha in mano le leve del governo (e per quanto importante sia una buona governance, una buona gestione delle competenze che le regioni chiedono e ottengono di gestire in prima persona). L’importante, io credo, è non illudere i cittadini, non promettere ciò che palesemente non può essere ottenuto, avanzando richieste concrete, ragionevoli, utili, come prevede la Costituzione. Di per sé, dunque, regionalismo e federalismo hanno fondate ragioni per riprendere il loro cammino.

“L’Italia non è tutta uguale e non si può usare un metro unico per situazioni profondamente diverse. Negli ultimi quarant’anni abbiamo assistito a un andamento pendolare che ha visto prima prevalere un’idea di Nazione compatta, dove Roma decideva e provvedeva, o almeno si illudeva di farlo, a tutto. Poi invece l’ubriacatura federalista che aveva posto tutto in capo alle Regioni, pensando che solo dal basso fosse possibile risanare Istituzioni e bilanci pubblici. Infine, sotto il pressing congiunto del debito pubblico e del mal’esempio di molte Amministrazioni regionali, è riemersa prepotente la convinzione che solo il ritorno al “centro” possa risolvere le gravi e pressanti questioni con cui dobbiamo saperci misurare. Qui sta il problema. È illusorio e fuorviante ritenere che il riflusso verticistico sia in grado di far ripartire l’Italia. L’esigenza prioritaria è quindi pervenire rapidamente a un chiarimento dei ruoli e degli ambiti di competenza, eliminando confusioni, affermazioni astratte e irrealistiche, sovrapposizioni, diseconomie di gestione e sprechi. Non bastano romantici richiami ai principi di sussidiarietà che rischiano di rimanere un mero auspicio. Per passare dalle enunciazioni ai mutamenti di struttura è indispensabile rompere pregiudizi ossificati dal tempo e soprattutto mettere mano a sistemi di misurazione e valutazione che diano le certezze necessarie per compiere passi consapevoli e non salti nel buio.

Innanzitutto, tolte le Regioni a Statuto speciale, dobbiamo prendere atto che l’esperienza delle Regioni ordinarie si è di fatto limitata a una mera delega di spesa su un numero di materie molto contenuto: la sanità, i trasporti e poco più. Quindi ritenere che lo Stato non sia pienamente corresponsabile, anzi primo attore, del fallimento delle politiche regionali è del tutto infondato, visto che il grosso delle competenze è rimasto saldamente nelle sue mani. In secondo luogo, senza responsabilità reali, è difficile che crescano una classe dirigente e una realtà istituzionale adeguate a governare territori di dimensioni contenute, ma non per questo meno difficili e complessi da gestire. Inoltre, senza una responsabilità reale non può crescere ed esprimere il suo potenziale quel capitale sociale, fatto di inventiva, competenza, solidarietà e impegno, che fa la differenza nella capacità di sviluppo dei diversi territori, al Nord come al Sud. Se accettiamo questi presupposti, sul regionalismo dobbiamo investire e non disinvestire, come se non fosse la parte più ricca e vitale del Paese. Un regionalismo nuovo, fondato su rigorosi principi di responsabilità e di capacità di governo. Un regionalismo che punti all’Autonomia e non solo al decentramento della capacità di spesa.

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Che cosa vuol dire AUTONOMIA …

Nel parlare della necessità di “criteri d’ordine” e di “serietà di metodo” è quindi “tutto un complesso di organismi e di criteri amministrativi che noi comprendiamo sotto la parola d’ordine ‘autonomia’. Trovate forse meno esatta la parola? Può essere, ma noi l’abbiamo tolta bell’è fatta dal nostro vocabolario politico locale per significare: la migliore amministrazione possibile fatta tutta per il popolo e più che possibile per mezzo del popolo stesso”. Dunque nulla a che fare con un “importuno presuntuoso trentinismo” o con un “gretto localismo”! Eppure “ci si rinfaccia di voler fare del Trentino una repubblichetta. No. La nostra tendenza va semplicemente al di là di quello che c’è ora della legislazione italiana … Certo, con il tempo, noi vorremmo arrivare a sostituire addirittura la burocrazia nei gradi superiori con uomini eletti dal popolo. Sarebbe eresia chiedere la stessa cosa anche per l’Italia? Allora accettiamo volentieri l’accusa di eretici, giacché sentiamo che questa guerra che ha tutto sconvolto sarebbe inutile senza il trionfo delle nuove idee”. “… E se la nostra voce di ultimi venuti non potesse apparire immodesta, vorremmo aggiungere che lo stesso interesse autonomistico rende tutte le province sorelle, perché il centralismo livellatore della burocrazia ed il capitalismo accentratore sono nemici di tutte”. Certo, sarebbe ingenuo pensare che tutto si risolva in un semplice “decentramento delle istanze burocratiche, se non vi è unito un proprio e fondamentale decentramento dei poteri”. A maggior ragione, guai allora a buttare a mare quella tradizione secolare che ha insegnato ai trentini il “coraggio di fare da sé” dando “per primi l’impulso e il buon esempio” … anche “nel momento in cui si tratta di aiutare una parte del loro paese”; l’idea che “non tutto è scritto nel regolamento della provincia o del comune …. “; infine il principio secondo cui spetta anzitutto ai trentini decidere “in quale forma debba avvenire il passaggio dalla vecchia alla nuova amministrazione, che cosa si debba conservare, che cosa trasformare, che cosa, eventualmente, abolire …”.

1919-1920: passi scritti da un De Gasperi quasi quarantenne dedicati a tutti i trentini che non vogliono dimenticare che l’autonomia è anzitutto responsabilità conquistata nei secoli attraverso i nostri vecchi per essere ereditata e reinterpretata dalle nuove generazioni. Sì, “il coraggio di fare da sé” senza mai cadere in un “gretto localismo” …