AUTONOMIA ED ECONOMIA

L’estate scorsa ero a Palermo, ad un incontro con il ministro Balduzzi nel contesto di un forum nazionale sulla prospettive della sanità. Davanti a circa 1000 persone era prevista una tavola rotonda con la partecipazione degli assessori alla salute delle regioni italiane e, venuto il mio turno, la giornalista che moderava l’incontro mi ha così presentato: “Diamo ora la parola all’assessore Rossi, un assessore privilegiato perché viene dal Trentino che, com’è noto, riceve molte più risorse”.

Ho iniziato allora il mio intervento spiegando il mio, e nostro, privilegio: è vero che rispetto alle altre regioni siamo più fortunati perché, esattamente come la regione Sicilia, possiamo decidere noi su quasi tutto e questa fortuna (ma sappiamo che è anche un merito perché qualcuno prima di noi ha lottato per questo) dobbiamo esercitarla fino in fondo senza aspettare che siano altri (lo Stato, l’Europa) a dirci cosa dobbiamo fare. Le risorse di cui disponiamo non le “riceviamo”, ma sono il frutto delle tasse che i nostri cittadini e le nostre imprese pagano sul nostro territorio, e per questo dobbiamo amministrarle con responsabilità e saper spendere meglio e meno perché, se non le facciamo bastare, altre non ve ne saranno.

Parto da qui perché di fronte a questa crisi globale e ad un orizzonte incerto voglio continuare a pensare che anche per il futuro sarà possibile per la nostra terra utilizzare al massimo questa fortuna di poter decidere: di poter essere innovativi e responsabili allo stesso tempo. Se non partiamo da qui e tutti assieme non alimentiamo questa consapevolezza, il rischio è che l’ autonomia diventi sinonimo di privilegio ingiustificato se non di spreco. E questo è un pericolo reale.

Il tema è quindi saper interpretare pienamente l’autonomia per rilanciare l’economia, poiché senza un rilancio della seconda sarà messa in discussione la prima. Questa interdipendenza è insita nel nostro Statuto, è stata rafforzata con l’accordo di Milano e sarà ancora più stringente in futuro. Analizzando quindi la politica economica della nostra provincia credo che nessuno possa negare due aspetti positivi: le azioni intraprese negli ultimi anni per fare fronte alla crisi hanno permesso una forte riduzione degli effetti negativi della stessa e, seppur dispendiose, non hanno compromesso la tenuta dei conti pubblici, che sono sotto controllo. Se queste azioni non fossero state intraprese i numeri della nostra economia oggi sarebbero drammaticamente molto diversi.

Sappiamo però che questa crisi non è finita e che di conseguenza non potremo per lungo tempo mantenere questi livelli di sostegno pubblico all’economia, così come sappiamo che una forte presenza del pubblico nella vita economica porta con sé, accanto a tante opportunità, anche alcuni scompensi che conosciamo: distorsioni del mercato, poca valorizzazione dei meriti, minore competitività. Su questo dobbiamo lavorare, per limitare e correggere gli “effetti collaterali” di una terapia comunque necessaria ed efficace. Due sono i fronti su cui operare.

Il primo fronte è quello della spesa pubblica e della necessità di un nuovo approccio, improntato alla selettività, in funzione della redditività e della ricerca della massima sobrietà. Non credo ai tagli lineari e nemmeno ai roboanti annunci in stile “spending review”, ma sono convinto che in tutti i settori della pubblica amministrazione si possa e si debba risparmiare e che vi siano i margini per farlo.

Rispetto alla spesa per gli investimenti, e per quanto riguarda ad esempio le opere pubbliche programmate, ritengo che sia possibile, necessaria ed urgente una puntuale revisione analitica dei progetti e che in tal modo si possa raggiungere l’obiettivo di risparmiare almeno il dieci per cento del costo totale, anche perché molte opere sono state concepite e progettate nel periodo pre-crisi, quando la sobrietà non era in cima ai criteri di scelta.

Lo dico con cognizione di causa, alla luce dell’esperienza diretta di una revisione dello studio di fattibilità del Nuovo Ospedale di Trento, grazie alla quale si è ridotto di un buon trenta per cento il costo totale dell’opera rispetto a quanto previsto nel primo studio (il costo previsto è oggi di 300 milioni di euro). Ad esempio, erano previste 32 sale operatorie secondo un fabbisogno calcolato sul presupposto che l’utilizzo avvenisse con un turno giornaliero di lavoro, anziché due come in effetti sarà, con il risultato di ridurle a 18.

Lo dico anche con riferimento ad un tema di minor valenza economica ma comunque importante, che è quello delle caserme dei Vigili del Fuoco. Sono certo che sia un valore da garantire quello di poter contare su una capillare distribuzione sul territorio delle sedi dei corpi, ma ritengo che questo obiettivo debba necessariamente conciliarsi anche con una maggiore sobrietà.

So che non posso sottrarmi e quindi lo affermo anche con riferimento a Metroland. Condivido il pensiero del collega Pacher, che non possiamo rinunciare all’idea di un futuro con collegamenti leggeri e sostenibili dal punto di vista ambientale, e che si può affrontare il tema, come abbiamo in effetti deciso, con gradualità e progressività, ma dobbiamo considerare che la sostenibilità di un modello è anche quella finanziaria, economica e anche sociale. Per me è evidente che su questi aspetti l’idea di Metroland deve essere ulteriormente approfondita e probabilmente in parte ripensata.

La concezione del modello di sviluppo che vogliamo dare al nostro territorio ha bisogno di uno sguardo profondamente innovativo: dobbiamo saper guardare a come saremo fra venti o trent’anni e costruire modelli di vita, di lavoro, di studio e di mobilità delle persone e delle merci che siano utili ad una società che dovrà garantirsi  la sua competitività economica in modo completamente diverso da quanto non accada oggi. Dovremmo decidere se la  competitività  del nostro turismo passa dalla scorrevolezza delle nostre strade e dalla rapidità di accesso e non solo dal saper trasmettere un’identità del nostro territorio accompagnandola alla qualità dei servizi ed alla nostra agricoltura. Dovremmo chiederci se non sia il caso di darsi finalmente un obiettivo serio e concreto per ridurre significativamente il pendolarismo sulle città ed investire quindi su modelli organizzativi del lavoro che abbiano l’obiettivo di mantenerlo nelle valli. Credo che il ragionamento su Metroland debba tenere conto di tutto questo.

Anche con riferimento alla spesa corrente possiamo fare molto e vorrei portare l’esempio di ciò che conosco meglio. In questi ultimi tre anni il trend di crescita della spesa sanitaria è stato più che dimezzato ( dal 6% annuo al 2%, su un totale di un miliardo e cento milioni di euro) e, penso di poter affermare, senza ricadute negative sui servizi. Se ciò è stato possibile in un settore primario e con bisogni in crescita costante come quello della salute vuol dire che i margini esistevano, ma anche che con azioni mirate è consentito riorganizzarsi e contenere i costi, a patto di rimettere in discussione abitudini consolidate e assetti organizzativi figli di un’altra epoca.

In questo senso con la riforma sanitaria abbiamo avviato un processo di cambiamento che ha visto la riduzione dei distretti sanitari da 13 a 4, il dimezzamento dei dipartimenti, l’acquisizione, senza aumenti di personale, di funzioni prima esercitate dal comparto del sociale, ma anche una riduzione nell’ordine del 15 per cento dei compensi dell’alta direzione aziendale e del dieci per cento di quelli dell’intero comparto dirigenziale, medici compresi.

Con questo spirito ritengo che non si debba avere alcun timore nel fare lo stesso ragionamento per il settore dell’istruzione e della ricerca universitaria dal momento che, ne sono certo, i margini ci sono anche in quei contesti, ed inoltre gli stessi assetti contrattuali ed organizzativi hanno urgente bisogno di rinnovarsi per valorizzare il merito e per meglio selezionare i progetti di ricerca che hanno ricadute sul tessuto economico del nostro territorio.

Anche nel settore della formazione finalizzata al lavoro vi sono aree di spesa da aggredire per recuperare risorse da destinare invece alla personalizzazione del processo di incontro fra domanda ed offerta di lavoro, anche ricorrendo ad agenzie private da retribuire in base ai risultati raggiunti, come avviene nei paesi europei più dinamici. Lo stesso comparto della pubblica amministrazione, PAT ed enti locali, ha bisogno di rimettere in discussione modelli organizzativi ed assetti contrattuali consolidati, se vuole realizzare quell’obiettivo di riduzione del dieci per cento delle spese di back office che ci siamo dati, ma ha al tempo stesso bisogno di essere inflessibile sul blocco delle assunzioni poiché senza una riduzione, nel tempo, del numero dei dipendenti pubblici quell’obiettivo non lo raggiungeremo.

Credo anche che si debba lavorare molto sul piano della cultura del merito, dell’approccio al lavoro e dello spirito di servizio dei pubblici dipendenti. In questo senso qualche tempo fa avevo proposto provocatoriamente di imitare nella nostra pubblica amministrazione quanto è avvenuto in Germania in molte imprese durante la crisi, un aumento di un’ora di lavoro a parità di retribuzione, che avrebbe avuto un effetto immediato di riduzione secca del costo per lavoro straordinario (che, come è dimostrato anche in molte imprese private, non sempre è produttivo) ma avrebbe avuto sopratutto un forte significato di richiamo alla consapevolezza della gravità della crisi e di stimolo a essere tutti più produttivi, partendo proprio dal pubblico.

Il secondo fronte é quello della crescita, del rilancio della nostra economia e del ruolo della nostra autonomia rispetto a questo obiettivo. Non sono liberista e non credo che l’intervento pubblico in economia sia sempre da condannare, ma nella nostra provincia deve essere ridotto e maggiormente mirato. In altre parole, la nostra autonomia dovrebbe poter generare maggiore autonomia, come sostiene autorevolmente il professor Scaglia. Il sistema economico privato è infatti ancora troppo strettamente legato al pubblico, come un adolescente alla madre, premurosa ma vincolante. È tempo di scindere il cordone ombelicale, per creare un’economia più adulta, competitiva e al passo con i tempi duri che affrontiamo. Ciò vuol dire anche liberare energie e potenzialità che già esistono, ma troppo spesso sono inibite. Dobbiamo optare una volta per tutte verso la scelta di essere aperti, innovativi e competitivi.

Altro elemento fondamentale sarà riallocare risorse per garantire un aiuto economico significativo e concreto ai giovani che intraprendono un’attività, anche in questo caso premiando i progetti. Abbiamo pronunciato a questo proposito la parola magica, selettività; è tempo di applicarla fino in fondo, ma significherà dire qualche no a qualcuno a cui fino a ieri abbiamo detto di si.

Ancora, va affrontato il nodo del comparto edile, dicendo fino in fondo la verità: 520 mila abitanti e 330 mila abitazioni significano che non sarà possibile garantire crescita, ai livelli di questi ultimi decenni, ma bisognerà riconvertire interventi e attività di questo comparto verso la ristrutturazione e la riqualificazione del patrimonio esistente e del nostro ambiente in senso lato.

Indubbiamente questi indirizzi richiederanno una svolta decisa nelle politiche della Provincia e un diverso approccio del mondo imprenditoriale privato.Le nostre imprese sono chiamate a fare uno sforzo di innovazione sopratutto per quanto riguarda il loro orizzonte di attività: è assolutamente necessario che sappiano internazionalizzarsi, e per fare questo dovranno anche operare maggiori aggregazioni fra di loro.

Un altro aspetto chiave è quello di liberare risorse anche trasferendo alcune attività dal pubblico al privato. La prima opzione è quella di esternalizzare servizi, in particolare quelli che si prestano ad essere effettuati dai privati, pensiamo ad esempio all’informatica, ed andando a ricomprendere anche il privato sociale, come nell’assistenza. La logica di concorrenza, contemperata da garanzie qualitative, potrebbe portare a risparmi che si tradurrebbero in risorse da utilizzare in un aumento dei servizi stessi.

In questo quadro di cambiamento non possiamo non occuparci della cooperazione e chiederci come mantenere vivo quel suo ruolo di fattore di sviluppo e di innovazione che ha sempre avuto nella storia del Trentino. Questo sarà possibile se il sistema cooperativo saprà rilanciarsi nelle sue valenze sociali e migliorare in quelle economiche, se saprà affrontare la sfida di una maggiore partecipazione dei soci ma anche di una maggiore consapevolezza di essere comunque impresa privata e non pubblica. Credo che su questo versante ci sia molto da fare sia da parte della cooperazione stessa che dalla provincia.

Vi è poi un ultimo aspetto che mi pare altrettanto importante: far crescere le convinzione che è fondamentale per il nostro futuro che le nostre imprese siano competitive: che è un valore per tutti se producono lavoro e utili. Non è banale perché non basta enunciare il principio, ma bisogna anche metterlo in pratica e crederci davvero. Vale per noi amministratori quando decidiamo le regole, troppo spesso complicate e costose, vale per i pubblici funzionari che devono avere come primo obiettivo quello di valorizzare il sistema economico locale e non di penalizzarlo, e vale infine per tutti noi cittadini e consumatori, perché quando compriamo un prodotto o un servizio dobbiamo ricordarci che dietro quel prodotto o servizio c’è una partita iva la cui sede è importante che sia in Trentino.

La partita non è solo politica, coinvolge tutta la nostra società ed è una partita difficile e complicata. Per quanto ci riguarda ci auguriamo che la politica sia in grado di giocarla con determinazione, rigore e con la responsabilità di guardare un po’ più in là del calcolo elettorale. Per vincere la sfida serve uno sguardo di lungo respiro e una forte propensione all’innovazione e al cambiamento, concetti che non sono affatto “comodi” ma che richiamano la necessità di saper rinunciare a qualcosa di consolidato per costruire invece qualcosa di più duraturo.

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