Elezioni 2018


presidente

Archivia per Gennaio, 2016

Rossi: “La val di Fassa deve investire in un turismo a qualità globale”

Comunicato 140 del 30/01/2016

Il presidente è intervenuto all’inaugurazione dell’impianto Alba – Col dei Rossi”

fassa1

E’ stata una giornata di festa per la val di Fassa e, in particolare, per gli operatori turistici che oggi si sono dati appuntamento per l’inaugurazione del nuovo impianto di risalita Alba – Col dei Rossi, un gioiello di tecnologia e all’avanguardia nelle soluzioni architettoniche. Alla festa del turismo ladino hanno partecipato, tra gli altri, il presidente della Provincia autonoma di Trento, Ugo Rossi, l’assessore al turismo Michele Dallapiccola, e il collega allo sport, Tiziano Mellarini. “Il turismo trentino e, in particolare, fassano -ha esordito Rossi deve ambire ad un modello di turismo a qualità globale, attento al rispetto dell’ambiente, unico in val di Fassa, e dinamico nell’evolversi seguendo i paradigmi dell’innovazione e della modernità. L’impianto, che oggi inauguriamo, ne è il migliore esempio”. Il presidente della Provincia, Ugo Rossi, si è soffermato a lungo sul ruolo del “sistema turistico” che – soprattutto in un momenti di crisi, qual è l’attuale – risulta determinante per l’interno territorio provinciale: “La val di Fassa e il Trentino sono chiamati a reagire in maniera determinata alla congiuntura attuale. Il nuovo impianto Alba – Cole dei Rossi è una risposta positiva, perché l’investimento non si esaurisce nel mero collegamento da una zona all’altra, bensì porta con sé ricadute e vantaggi per l’intera area fassana e dolomitica”. Da Rossi è arrivata l’assicurazione dell’impegno della Provincia a favore del turismo: “Più ragioniamo in un contesto di sistema Fassa e Trentino e più possiamo guardare al futuro con fiducia. Siamo vostri partner in questa sfida e cerchiamo di metterci il meglio che possiamo in un momento di difficoltà maggiore rispetto a qualche anno fa”. Infine, in merito alle ipotesi di rifacimento dello Ski Stadium di Pozza, il presidente Rossi ha confermato la volontà di proseguire – “anche attraverso il Coni” – nell’individuazione di una soluzione per garantire un futuro all’Aloch.

fassa2

L’assessore provinciale al turismo, Michele Dallapiccola, ha espresso compiacimento ed ammirazione per l”a tenacia con cui la Val di Fassa, anche in un momento di grande stress, sia riuscita a contenere il calo di presenze turistiche”. Ad Alba era presente anche l’assessore allo sport, Tiziano Mellarini, che nel suo intervento ha ricordando l’amico e presidente del Ciampac, Armin Detone: “E’ grazie all’impegno di uomini straordinari, qual era Armin, che oggi festeggiamo il futuro del turismo invernale fassano”. Il nuovo impianto Alba – Col dei Rossi collega la Sellaronda con le zone sciistiche della Val di Fassa Ciampac, Buffaure e Catinaccio. Il nuovo impianto ha fatto registrare già nel primo mese un aumento dei passaggi del 30% presso la Skiarea Buffaure rispetto alla passata stagione 2014/15 e del 14% rispetto al 2013/14. L’impianto copre un dislivello di 883 metri alla velocità di 12 metri/secondo con una pendenza media del 42%. Le due cabine hanno una capacità di 100 passeggeri ciascuna e si muovono su una coppia di funi portanti, sono indipendenti l’una dall’altra. La portata massima si attesta quindi sulle 1.100 persone ora per direzione.

Link al Comunicato PAT

Rapporto montagna perduta: il 9 febbraio presentazione a Roma con il presidente Rossi

Comunicato 124 del 28/01/2016

Come l’altitudine incide sullo spopolamento. Uniche eccezioni Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta

L’altitudine in Italia può cambiare il destino di una comunità. A parlare sono i numeri: dal 1951 a oggi, la montagna è stata vittima di spopolamento e abbandono. Se la popolazione italiana negli ultimi 60 anni è cresciuta di circa 12 milioni di persone infatti, la montagna ne ha perse circa 900mila. Tutta la crescita, in pratica, si è concentrata su pianura (8,8 milioni di residenti) e collina (circa 4 milioni). Lo spopolamento della montagna ha però una vistosa eccezione in due regioni: in Trentino-Alto Adige e in Valle d’Aosta, dove lo spopolamento non c’è stato e la popolazione ha registrato una forte crescita negli ultimi 60 anni. A mettere in luce questo fenomeno è il rapporto “La montagna perduta. Come la pianura ha condizionato lo sviluppo italiano” realizzato da CER (Centro Europa Ricerche) e tsm-Trentino School of Management, che raccoglie molte statistiche dal 1951 agli anni più recenti sull’andamento della popolazione, dell’economia e delle infrastrutture, nelle varie regioni italiane, con uno speciale riferimento alla montagna. La ricerca, dedicata alla cosiddetta “questione montana”, è stata realizzata da un gruppo di lavoro composto da Gianfranco Cerea, Stefano Fantacone, Petya Garalova, Mauro Marcantoni e Antonio Preiti. Il rapporto “La montagna perduta” sarà presentato martedì 9 febbraio alle 15.30 presso il Senato della Repubblica, Palazzo Giustiniani – Sala dei Presidenti. Introdurrà i lavori il Presidente del Senato Pietro Grasso. A illustrare la ricerca saranno: Stefano Fantacone (direttore CER), Gianfranco Cerea (Università degli Studi di Trento), Mauro Marcantoni (direttore tsm). Tra gli interventi: Luca Mercalli (presidente Società Meteorologica Italiana e conduttore del programma di Rai3 ScalaMercalli), Ludovica Agrò (direttore, Agenzia Coesione e Sviluppo), Annibale Salsa (Fondazione Dolomiti UNESCO), Paolo Nicoletti (direttore Generale Provincia autonoma di Trento). Le conclusioni saranno affidate a Enrico Borghi (Presidente Intergruppo parlamentare per lo Sviluppo della Montagna), Ugo Rossi (Presidente Provincia autonoma di Trento), Gianclaudio Bressa (Sottosegretario Affari regionali). I giornalisti ed i cine-foto-operatori interessati a seguire l’evento sono pregati di inviare le richieste di accredito all’Ufficio Stampa del Senato (fax: 06.6706.2947 oppure e-mail: accrediti.stampa@senato.it) indicando i dati anagrafici (luogo e data di nascita), gli estremi della tessera dell’Ordine dei giornalisti, gli estremi del documento di identità per gli altri operatori dell’informazione e l’indicazione della testata di riferimento.

Link al Comunicato PAT

Nasce la Consulta per la riforma dello Statuto

Comunicato 115 del 28/01/2016

Rossi: “Dobbiamo cercare di metterci nei panni di chi verrà dopo di noi”

Un’Autonomia riconoscibile, consolidata, responsabile, operativa, solidale e dialogante. Queste le caratteristiche sui cui fondare l’Autonomia del futuro, indicate oggi dal governatore del Trentino Ugo Rossi, intervenuto al dibattito in Consiglio provinciale sull’istituzione della Consulta per la riforma dello Statuto. “Non possiamo affrontare il processo di riforma usando le parole noi e loro – ha sottolineato Rossi – perché lo Statuto è unico e fra Trento e Bolzano serve dunque una piena convergenza di intenti e un ampia partecipazione della società civile. Siamo di fronte ad un bivio che ci richiama al senso di responsabilità e alla prudenza, dobbiamo quindi avviare un ragionamento di prospettiva, cercando di metterci nei panni di chi verrà dopo di noi”. “La prospettiva dell’Autonomia – ha detto Rossi che è anche presidente della Regione – dovrà essere ancora cinturata dal quadro regionale e dovremo quindi compiere una reale e coraggiosa condivisione di tutte le opportunità che ci uniscono, affidando alla Regione il coordinamento di alcuni temi su cui vi sia la necessità, prima di decidere singolarmente, di consultarsi a livello istituzionale”. “È un cammino lungo ed impegnativo – ha concluso Rossi – ma se lo affrontiamo con lo spirito giusto possiamo augurarci a vicenda buon viaggio”.

Link al Comunicato PAT

Autonomie responsabili: un patto con lo Stato

Comunicato 109 del 27/01/2016

Il governatore del Trentino Ugo Rossi oggi a Roma per un seminario sul futuro delle Regioni a Statuto speciale

seminario1

Nel giorno in cui il Consiglio provinciale istituisce la Consulta per la revisione dello Statuto di Autonomia, come strumento di partecipazione dei cittadini a questo importante processo, il governatore del Trentino Ugo Rossi ha partecipato a Roma, a Montecitorio, al seminario “Il futuro delle Regioni a Statuto speciale alla luce della riforma costituzionale”, organizzato dalla Commissione parlamentare per le questioni regionali, in collaborazione con l’Istituto di Studi sui Sistemi Regionali Federali e sulle Autonomie “Massimo Severo Giannini”. Il futuro per Rossi è iscritto nella cornice di un autonomismo responsabile, che guarda al futuro, sancito da un patto chiaro, sincero, leale con lo Stato centrale. A seguire il testo integrale dell’intervento.

Immaginare il futuro delle Autonomie speciali alla luce della riforma costituzionale richiede prima di tutto un grande lavoro di conoscenza delle motivazioni profonde della specialità e quindi dei principi e dei valori che hanno tradotto quelle motivazioni in norme giuridiche. Richiede un approfondimento sulle differenze e le particolarità e il cammino che ogni specialità ha fatto per aggiornare via via l’autonomia alle nuove sfide ed esigenze che si presentavano. Questo è stato il senso di questa indagine e nel corso dei lavori della Commissione ciascuno di noi ha potuto portare il proprio contributo e punto di vista. Credo però che immaginare il futuro delle regioni a statuto speciale, il nostro futuro quindi, richiede anche uno sforzo di riflessione, forse più politico, rispetto al ruolo che queste nostre specialità possono giocare nel prefigurare una via possibile rispetto alla necessità che la riforma costituzionale ci indica, di ridisegnare e speriamo migliorare i rapporti tra Stato centrale e autonomie.

La via possibile è solo quella di un rinnovato e chiaro patto fra noi e lo Stato. Un patto basato prima di tutto sulla sincera e reale convinzione da parte dello Stato che le autonomie locali, non solo quelle speciali, sono strumento di sviluppo positivo e non di freno ma anche sulla piena assunzione di responsabilità delle autonomie stesse rispetto all’esercizio dell’autogoverno. Un patto quindi che delinea alcune caratteristiche fondamentali dell’autonomia speciale di domani. Provo a illustrarne alcune. L’Autonomia deve essere:

1. riconoscibile, perché deve poter continuare a contare su connotazioni territoriali e giuridiche che la rendano visibile e compresa in ragione della sua specialità;

2. consolidata, perché non deve essere un episodio transitorio ma deve aver respiro storico e base giuridica e finanziaria certa;

3. responsabile, perché deve sentire il significato dell’eredità del passato, gestire le necessità del presente, e prefigurare le condizioni per lo sviluppo futuro, facendo conto sulle “proprie forze”, senza lasciare agli altri, in particolare allo Stato o alle generazioni future, il peso del debito e delle inefficienze;

4. operativa, perché deve disporre delle competenze necessarie (nel senso giuridico del termine ma anche di “abilità di una classe dirigente”) per tradurre le buone intenzioni (i programmi politici) in fatti concreti (risultati raggiunti e opere realizzate);

5. solidale, perché deve essere disponibile a farsi carico, nei limiti del giusto e del possibile, delle difficoltà di altri territori nella comune appartenenza nazionale;

6. dialogante, perché non è un’autarchia dove si ricerca un impossibile “magnifico isolamento”, ma un’apertura al confronto e alla “contaminazione” di culture e di mercati.

Ecco che qui si delinea un autonomismo di tipo nuovo, lo definirei a vocazione responsabile. In un sistema interconnesso, globale, grande come il mondo, l’istanza autonomistica non è lo strumento di difesa rispetto all’“invadenza”, qualunque sia il tipo e sia la natura dell’invadenza, ma lo strumento d’attacco per affermare un proprio ruolo. L’Autonomia è la condizione per rendere più responsabile e compatto il territorio, per fare in modo che l’insieme delle sue risorse e dei suoi talenti si muova in maniera coerente, auto-rafforzandosi proprio nella comune appartenenza territoriale e perché quel territorio possa dare un suo e migliore contributo al senso di futuro della Repubblica.

seminario2

Se ieri l’Autonomia era una condizione dell’essere, oggi deve essere una condizione del divenire. Il rischio è sempre, inesorabilmente, quello di guardare all’interno di se stessi e al proprio passato più che al mondo esterno e al futuro. Noi delle autonomie speciali dobbiamo invece preservare identità e radici proprio inverandole nel futuro. Dobbiamo essere consapevoli che il nostro paese e l’Europa stessa hanno bisogno di cultura dell’autonomia, che produca l’auto-determinazione del governo di se stessi, quindi una condizione adulta che non molti territori conoscono. Le migliori esperienze autonomistiche hanno molto da raccontare al Paese di come sono riuscite, nei fatti e non nelle dichiarazioni di intenti, a salvaguardare, mettere a fattor comune e valorizzare le proprie risorse territoriali: ambientali, umane, culturali, sociali, economiche. Di come questo modello possa, se ben usato, contribuire a far fare all’Italia quello scatto in avanti che tutti ci auguriamo.

Per queste ragioni, autonomia oggi è sinonimo di modernità, di responsabilità, di semplificazione del rapporto governati-governanti; si inscrive dentro un orizzonte riformista, adeguato al tempo in cui bisogna capire come ridurre l’intervento pubblico, senza penalizzare la società e i più deboli. Non è un residuo di un mondo ottocentesco, in cui le autonomie erano la difesa corporativa delle proprie prerogative dalle minacce esterne. Autonomia è quel che oggi possiamo dare, a partire dalle esperienze del Trentino, dell’Alto Adige, e di altri territori, non solo a regime “speciale”, al nostro Paese, come contributo di conoscenza, di esperienza e di intervento sulle cose pubbliche. Sappiamo molto di cosa significa utilizzare l’autonomia per migliorare la qualità di vita dei nostri cittadini. Abbiamo sperimentato, sin nelle nostre molecole, cosa significa difesa della montagna, cosa significa sostegno alle imprese, valorizzazione del capitale umano, equità e coesione sociale. Siamo perciò pronti a essere anche noi protagonisti dell’Italia nuova che in questi mesi, fra turbolenze, passi avanti e indietro, scelte coraggiose e tentazioni di tornare al passato, si è messa in movimento. Il percorso è lungo e noi ne siamo parte.

Link al Comunicato PAT